Fassino a La Stampa: “Trentasei leggi in due anni, da qui parte il disagio fiscale”

Intervista di P.Fassino a La Stampa
Intervista di P.Fassino a La Stampa

Dal sito di Anci Lombardia:

Sa quante leggi o decreti sono stati emanati dal novembre 2011 a oggi, modificando drasticamente la cornice dentro cui un Comune si muove? Trentasei. Uno ogni venti giorni. E ciascuno ha cambiato le carte in tavola, per me che faccio il sindaco e di conseguenza per i miei cittadini”. Quando parliamo di disagio fiscale, di sfiducia, dovremmo forse partire da qui. Dovremmo partire, dice Piero Fassino, sindaco di Torino e presidente dell’Anci, “dall’incertezza fiscale”: un vortice di norme e tributi che cambiano nome, struttura, bersaglio. E generano quest’insofferenza sfociata a Torino nella rivolta dei venditori ambulanti dei mercati. Protestavano contro la Tares, la nuova tassa sui rifiuti. Hanno bloccato i treni.

Come è possibile che un commerciante venga a sapere solo adesso che la tassa rifiuti quest’anno costerà il 20% in più?

È una delle tante storture del sistema fiscale, di cui cittadini e imprese sono le prime vittime. Noi sindaci veniamo subito dopo: abbiamo deciso le tariffe della Tares a ottobre perché da Roma non avevamo certezze. A quel punto, era troppo tardi anche per risolvere gli aspetti eventualmente critici. La stessa natura della Tares, che la rende più cara, è stata decisa da Roma. Però tocca ai comuni imporla: ecco perché il bersaglio della protesta diventano i sindaci. Che applicano leggi decise da altri.

E il contribuente? Annaspa nell’indeterminatezza.

C’è un forte disagio fiscale, dovuto alla crisi ma aggravato dall’incertezza: nel corso degli anni il sistema fiscale è stato sottoposto a continui scossoni. Anche noi sindaci siamo vittime di questa situazione: gran parte del prelievo è gestito dai Comuni, ma spesso per conto dello Stato. L’Imu era l’esempio più eclatante.

A proposito: ancora non sappiamo se pagheremo la seconda rata.

Appunto. Se le regole cambiano di continuo chi amministra non è in grado di decidere (infatti i Comuni stanno approvando adesso i bilanci del 2013, una stortura inaccettabile). La seconda rata dell’Imu sulla prima casa vale 2,8 miliardi: se a fine mese i comuni non avranno in cassa questi soldi andranno in crisi.

Sindaci costretti a fare i gabellieri, famiglie e aziende senza certezze. È un federalismo per abbandono?

Di sicuro è arrivata l’ora di chiudere un’epoca caratterizzata da un centralismo che ha soffocato gli enti locali, caricandoli però di responsabilità che non spettavano loro. Spero che dal 2014 si possa tornare a una situazione normale; qualche passo è già stato compiuto.

Decentrare non sempre si è rivelata una scelta felice, non crede?

Se c’è un’infiltrazione d’acqua in una biblioteca statale prima che a Roma se ne accorgano i libri sono da mandare al macero; ma se succede in un nostro asilo, in Comune lo sappiamo dopo cinque minuti e interveniamo. Lo stesso vale per le tasse: più chi deve prendere le decisioni è vicino al cittadino, più ha gli strumenti per scegliere, e più il cittadino può esercitare una forma di controllo su quanto denaro viene prelevato e su come viene speso. Se invece chi governa lavora nell’indeterminatezza, i cittadini ne risentono per primi.

Non c’è anche un problema di eccessiva pressione fiscale?

In questi anni si è fatto credere che fosse possibile ridurla drasticamente. È un’illusione alimentata in modo demagogico e irresponsabile: un Paese che voglia erogare servizi adeguati deve sapere che la collettività deve far fronte ai costi. La fiscalità non è una rapina. Però bisogna aprire una stagione nuova, in cui gli enti locali abbiano maggiore autonomia.