Materiale serata Parole sui Crinali su Ugo Samaja

Paolo Rausa legge Ugo Samaja

Ieri, venerdì 13 giugno 2014, si è tenuta l’annunciata serata all’interno della rassegna “Parole sui Crinali“, dedicata al libro “Autopsia di una vita” di Ugo Samaja. Alla presenza del sindaco di Ardesio e del presidente dell’Associazione “L’Araba Fenice” di Ardesio, con la presentazione e le letture di Paolo Rausa, l’intervento della curatrice del libro Silva Bon, la testimonianza del figlio Michele Samaja, i presenti hanno assistito ad un racconto toccante sull’Italia nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, vista dagli occhi di un medico ebreo di Trieste che nel suo peregrinare ha vissuto due anni nella Valcanale.

Ecco uno stralcio del libro che riguarda proprio la frazione di Ardesio:

Valcanale – p. 152. Ci tenevamo per mano, ci guardavamo, ci sorridevamo. Andavamo verso l’ignoto, ma non ce ne rendevamo minimamente conto. A due ore di distanza ci attendeva un altro mondo, un altro genere di uomini e donne, che non aveva nulla a che fare con l’ambiente in cui eravamo fino ad allora vissuti: stavamo andando in un nuovo pianeta, in Valcanale. Ma non si trattava di un’impressione passeggera, perché nel dopoguerra sono ritornato molte volte là e ho sempre rivissuto questa sensazione: si tratta di una sensazione fisica e oggettiva, rilevabile con i sensi, col pensiero, col ragionamento e con l’intuizione. Gli abitanti delle valli vicine vivono fuori dal mondo e ce ne accorgemmo ben presto: a contatto con loro, noi stavamo per assistere al più strano e inverosimile miracolo, stavamo cambiando… Non so con precisione “come”, ma direi che stavamo cambiando “tutto”. Lì abbiamo imparato a guardarci, a capirci, a voler bene in un modo completamente diverso, a lavorare, a giudicare con generosità, a dare quanto c’è da dare, a dire grazie col cuore e non solo con le parole. Se penso alla Lucilla e all’Ugo che quella mattina stavano per giungere a Ponte Seghe e alla Lucilla e all’Ugo che a fine aprile 1945 scendevano a valle, posso con tranquilla coscienza dire che non ci sono termini di paragone: eravamo mutati, ricchi di una nuova concezione della vita, di un altro modo di ragionare, vedere, sentire e di un più profondo modo di volerci bene e voler bene. Lì realizzammo la completezza del nostro amore, lì cementammo le nostre esistenze: tutto è documentabile dall’autopsia, perché una simile metamorfosi deve pur aver lasciato un segno oggettivabile da qualche parte nel corpo. Il prosettore, turbato, dirà: “Ma qui c’è un uomo che nasce in un modo e muore in modo diverso!”. Quello sarà chiamato il segno della Valcanale! Ciò mi autorizza a pronunciare la frase sacrilega che ripeterò ancora: quel terribile periodo fra il 1943 e il 1945 fu luttuoso per tutti meno che per noi due. Per noi fu il periodo più bello della vita perché, malgrado tante fughe e tanti spaventi ai quali io ero “ancestralmente” preparato, e perciò ebbero una importanza marginale, io e Lucilla vivemmo in un mondo migliore, neppure paragonabile a quello abituale: quel mondo tentammo e spesso riuscimmo a portarlo con noi a valle e improntò la nostra vita futura; eppure per molti rimane un mondo sconosciuto perché inconcepibile, guidato solo dall’amore, dal buon senso, dal ragionamento concreto, da sentimenti presenti in gente analfabeta, ma abituata a essere vicina a Dio. E fu qui che per la prima volta mi imbattei in Dio, col quale mantengo degli ottimi rapporti e dal quale attendo ancora tante prove. “Quando Dio creò l’uomo, scrive Mark Twain, era già stanco. Ciò spiega molto”. Ma non lo era per niente quando creò la Valcanale e la sua gente. Ecco cosa rappresentò per me e Lucilla la Valcanale nel contesto di una guerra sciagurata e di una persecuzione razziale per tanti fatale e per la maggioranza tristemente indimenticabile. A tutti chiedo perdono anche se credo che i sentimenti passati e attuali, i ricordi sempre vivi nell’animo, non abbiano danneggiato nessuno. Quando Lucilla e io parliamo con altre persone del periodo che abbiamo passato, diciamo così, “in cattività”, facciamo la faccia seria e scuotiamo il capo, perché così fanno tutti e perché così è doveroso fare, pensando a tanti orrori commessi e subiti. Ma poi, istintivamente, come guidati da un sentimento trascendente, ci guardiamo intensamente negli occhi e sorridiamo compiaciuti: dalla Valcanale ci siamo portati in pianura forza interiore, sentimenti e sensibilità diversi. Ed è appunto di tutto questo che chiedo scusa.

Un video sulla serata:

httpv://www.youtube.com/watch?v=6OWQmA4TzVk

Alcune fotografie relative alla serata:

Autopsia di una vita, Ugo Samaja