Il piano delle sette cave «sparite» fa scattare il tutti contro tutti

Articolo di Anna Gandolfi pubblicato sul Corriere della Sera, edizione Bergamo, in data 2 luglio 2014:

Piano cave, la storia infinita. Dopo il togli e metti di cubature che nell’ultimo decennio ha reso la vicenda bergamasca un caso unico nazionale (e non in positivo), ecco il nuovo atto. Il tribunale ha annullato il documento urbanistico che regola l’attività estrattiva orobica e influisce su un comparto che conta circa duemila addetti (fra diretti e indiretti). Nel 2013, dopo la sentenza, il Tar ha nominato due commissari regionali che si sono messi al lavoro: ora la nuova proposta è pronta per essere discussa. Oggi in città ci sarà una prima illustrazione del testo — per cui potranno essere depositate osservazioni fino al 30 settembre — e la fibrillazione è alle stelle, tra dichiarazioni contrastanti delle parti politiche e un (inatteso) allinearsi di ambientalisti e cavatori. Questi ultimi due interlocutori sono d’accordo sul fatto che la bozza di piano deve essere modificata perché la cancellazione massiccia di ambiti estrattivi porterebbe a nuovi ricorsi e quindi a inchiodare ancora la situazione. Il piano preparato dai commissari prevede 66 cave contro le 73 (stralciate, ad esempio, Telgate, Caravaggio e Casirate) del testo licenziato dalla Regione nel 2008 dopo travagliatissima vicenda, dato che il Pirellone aveva tolto e messo ambiti ricaricando di 5 milioni di metri cubi la proposta inviata nel 2004 dalla Provincia. Oggi si parla di 1.147 ettari di superfici contro 1.668. C’è poi un taglio secco di 13 milioni di metri cubi, di cui quasi nove nel settore sabbia e ghiaia (il più discusso da sempre). Posto che il valore commerciale medio per le varie categorie merceologiche è 10 euro al metro cubo, la sola sforbiciata in fatto di materiali estraibili pesa 130 milioni di euro. Si tratta comunque di un calcolo empirico. Dal punto di vista tecnico, l’alleggerimento è stato raggiunto incrociando la valutazione ambientale con il fabbisogno effettivo del settore. 

In generale, dalla Regione, l’assessore all’Ambiente Claudia Terzi (Lega) esprime «soddisfazione per il lavoro svolto» e ricorda che «si tratta di una bozza che potrà essere modificata» tramite le osservazioni. Appena depositato e non ancora illustrato, il piano però già crea scintille politiche. Se l’assessore provinciale Enrico Piccinelli, di Forza Italia (partito che governava gli assessorati regionali interessati al piano quando venne discussa la prima versione), ha detto di essere «molto perplesso, perché le necessità devono essere stabilite dal mercato», il presidente leghista del medesimo ente, Ettore Pirovano, prende le distanze: «Sicuramente la posizione di Piccinelli è personale. La Provincia ha collaborato con il Tar per arrivare a questa soluzione tecnica che merita di essere discussa e rispettata». Ma la maretta cova anche altrove. Le associazioni di imprenditori e costruttori già puntano il dito sulla perdita economica che si legherebbe alla cancellazione di ambiti estrattivi, anche se non autorizzati («C’è chi, in virtù di un piano contestato, ma votato, ha acquisito terreni e chiesto prestiti basandosi sul valore che oggi potrebbe diventare zero», una delle tesi che fino a ieri circolavano tra Anci e Confindustria), mentre gli ambientalisti si dichiarano realisti: «Cancellare ambiti espone a una nuova pioggia di ricorsi. E se il piano cave di nuovo si blocca, torna il far west, con le cave di prestito autorizzate extra documento. Così non va bene». Con i dovuti distinguo e la consapevolezza che si possono presentare osservazioni tecniche, per entrambi i gruppi ci sarebbe una soluzione: prescrivere mitigazioni e opere di bonifica anche molto stringenti, ma mantenere l’assetto che, piaccia o non piaccia, era stato ratificato nel 2008 e per anni è stato l’unica base su cui sono state rilasciate o bloccate autorizzazioni. «Abbiamo fatto ricorso proprio nel 2008 perché non c’era una Valutazione ambientale strategica — spiega la presidente regionale del Wwf, Paola Brambilla —, che adesso è “postuma”. Rifare tutto da capo avrebbe avuto senso se fosse avvenuto subito. Ora si agisce su una situazione consolidata. Benissimo il taglio di volumi, ma l’analisi deve essere approfondita». I cavatori minacciano una nuova serie di ricorsi. Sul vecchio piano ne pendevano 48: un record. Ora si contesta «il taglio di un terzo di cubature e il fatto che, siccome il piano ha validità 2015-2025, anche chi ha autorizzazioni le vedrà “diluite”, dato che erano state rilasciate su un piano che invece arrivava al 2020». Il dibattito continua.