Fonti rinnovabili oltre la crisi

L’introduzione al n.51 del news magazine di Dislivelli:

Alpi oltre la crisi sta a indicare come un territorio escluso negli ultimi 50 anni possa rientrare in gioco grazie alle sue risorse naturali ed umane. Alpi oltre la crisi vuole anche dire che siamo probabilmente all’inizio di una nuova era, in cui il modello urbano dominante dovrà essere, volenti o nolenti, ripensato e sostituito da nuovi paradigmi. Nei quali la montagna, se opportunamente valorizzata, potrà nuovamente giocarsi le sue carte. Cipra Italia nel mese di settembre di quest’anno ha chiamato a raccolta simpatizzanti, residenti, produttori, studiosi e amministratori interessati a vario titolo alla valorizzazione del territorio alpino, in una due giorni di lavori e confronti a Oulx, nel cuore delle Alpi occidentali. Abbiamo deciso di recuperare alcune delle testimonianze emerse per arricchirle con ulteriori esperienze, buone pratiche e contributi. Sapere esperto ed esperienze territoriali unite, nello stile di Dislivelli, per un’altra montagna possibile.

Buona lettura!

Tra i numerosi articoli interessanti, segnaliamo quello a cura di Luca Mercalli e Daniele Cat Berro, dal titolo “Fonti rinnovabili oltre la crisi”:

Fonti rinnovabili oltre la crisi
di Luca Mercalli e Daniele Cat Berro, Società Meteorologica Italiana
Onlus / Rivista “Nimbus”
Il recente sviluppo delle energie rinnovabili volte al contenimento delle emissioni climalteranti aggiunge alle Alpi nuove opportunità nell’ambito della produzione solare, eolica e da biomassa forestale, ma anche nuovi rischi. Ecco quali. Da sempre le Alpi sono state un giacimento di energie rinnovabili: il legname dei boschi e la forza idraulica. Ciò portò in molte aree al depauperamento del patrimonio forestale, con un paesaggio che a metà Ottocento era sostanzialmente desertificato in tutte quelle regioni dove non vigevano regolamenti forestali sufficientemente rigidi, come le “regole” dolomitiche, attive fin dal 1200. Da fine Ottocento sarà lo sfruttamento dell’energia idroelettrica a fare delle Alpi un vero serbatoio di energia pregiata: il prezzo pagato sarà ingente, con il sacrificio di molti valloni sommersi dagli invasi artificiali, talora con pesanti tributi di vittime come nel caso delle cattive progettazioni del Gleno (Prealpi bergamasche) e del Vajont, ma in definitiva, laddove le opere idrauliche vennero realizzate a regola d’arte – e sono la maggioranza – si può affermare che si è trattato di uno degli investimenti tecnologici più razionali e durevoli della storia umana: impianti che ancora oggi, a distanza di un secolo dall’inizio dell’epopea del “carbone bianco”, forniscono energia pulita con un costo ambientale tutto sommato accettabile. In molte zone, la presenza dei bacini artificiali ha inoltre fornito un inatteso impulso al turismo, come nel caso degli sport d’acqua del lago di Serre Ponçon (Hautes Alpes) o di Ceresole Reale, al punto che il bacino è oggi parte integrante del paesaggio turistico locale. Laddove l’opera idraulica sia invece obsoleta o danneggiata, il ripristino parziale dei luoghi diviene possibile a costi ingenti, come nel caso della demolizione della diga di Beauregard in Valgrisenche. Il recente sviluppo delle energie rinnovabili volte al contenimento delle emissioni climalteranti aggiunge alle Alpi nuove opportunità nell’ambito della produzione solare (fotovoltaica e termica per produzione di acqua calda), eolica e da biomassa forestale, ma pure nuovi rischi. Per le biomasse legnose (cippato, pellet), se da un lato si ripongono grandi speranze di riaccendere in molte zone l’industria forestale anche su materiali vegetali poco pregiati in zone marginali, non bisogna dimenticare che ciò spinge alla costruzione di nuove piste e strade e che se non viene programmata in anticipo una solida ripartizione dei prelievi in base alla producibilità annuale, si rischi – una volta caduti nella spirale economica del massimo profitto – di ritornare al sovrasfruttamento ottocentesco. L’idroelettrico, chiuso il capitolo delle grandi dighe molto produttive, stante lo sfruttamento pressoché totale dei siti idonei, si sta frammentando in una costellazione di mini centrali favorite da incentivi economici statali: in questo caso la questione è complessa, l’analisi di compatibilità ambientale deve tener conto di molteplici fattori a scala di bacino, vi possono essere impianti estremamente sostenibili e vantaggiosi (come le turbine applicate ai salti degli acquedotti montani), altre più discutibili, come impianti poco produttivi su aste torrentizie in ecosistemi delicati. Lo sfruttamento dell’energia solare è molto auspicabile, soprattutto nelle zone alpine xeriche e a bassa piovosità ed elevato soleggiamento, come le Alpi Marittime-Cozie, la Val d’Aosta centrale, il Vallese e l’Alto Adige. In questo caso, i problemi sono rappresentati all’impatto estetico, e – ferma restando la contrarietà all’uso di terreni agricoli per l’impianto di grandi campi fotovoltaici – una buona progettazione con soluzioni architettoniche innovative è in grado di integrare armoniosamente i pannelli con il paesaggio esistente. L’esperienza trentina, altoatesina e austriaca mostra che è possibile coniugare una delle maggiori attenzioni al paesaggio delle intere Alpi con uno dei massimi tassi di penetrazione dell’uso dell’energia solare, sia domestica, sia industriale (si veda la barriera antirumore dell’autostrada del Brennero presso Rovereto, costituita da pannelli fotovoltaici). Infine l’energia eolica: le Alpi non sono tra le regioni più favorite per tale sfruttamento. I venti sono poco costanti e spesso tempestosi, con raffiche irregolari che generano più problemi che produzione. Le torri eoliche di media taglia trovano dunque un potenziale moderato e limitato ad alcuni comprensori, come le Alpi Liguri e Marittime (Montezemolo, Garessio), alcuni ampi fondovalle percorsi da brezze regolari (Val d’Aosta e valle dell’Adige), alcune zone di valico incassato (come l’impianto austriaco al Passo di Monte Croce Carnico). Anche nel caso dell’eolico di grossa taglia, l’aspetto estetico è il problema preponderante, che implica valutazioni complesse e provoca frequenti opposizioni di comitati locali. Vi sono tuttavia impianti in zone marginali e poco abitate che possono essere ben integrati nel paesaggio con un buon compromesso tra vantaggi e svantaggi, calcolando anche il fatto che le torri eoliche possono essere facilmente smantellate in caso di necessità senza trasformazioni irreversibili dei luoghi. Infine il minieolico, talora invocato come soluzione individuale a basso impatto, non ha grandi possibilità, per via della bassa ventosità al suolo e scarsissima produttività, e forse impatterebbe di più una selva incontrollata di eliche sui tetti che pochi parchi eolici ben fatti in alcune aree “vocate”. 

Luca Mercalli e Daniele Cat Berro

L’intera rivista è scaricabile qui:

Dislivelli n.51