Dossier sanità: gli ospedali bergamaschi

Il Corriere della Sera, edizione Bergamo, dedica 3 pagine in due differenti edizioni del giornale (22 ottobre e 23 ottobre 2014) alla salute degli ospedali provinciali con un dossier dal titolo “Ospedali, la mappa della qualità“:

Ospedali, la mappa della qualità

Promossi dal ministero. Ma nelle piccole strutture complicanze da parto sopra la media Il ministero della Salute promuove gli ospedali bergamaschi. Il report che esamina esiti degli interventi ed efficienza è appena stato pubblicato. Positivi per le strutture orobiche gli indicatori principali: basso numero di cesarei e rapidità nel curare la frattura al femore negli over 65.

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Cure, gli ospedali promossi dal cervellone del ministero

Positivi gli indicatori principali, dalla bassa percentuale di cesarei alla rapidità negli interventi

Lo stato di salute della sanità bergamasca è buono, dicono i numeri del Programma nazionale esiti. Sono i dati che gli stessi ospedali inviano al ministero della Sanità e che, messi in relazione con quelli di tutte le altre strutture italiane, danno un’indicazione di quale sia il livello medio qualitativo delle cure: in provincia i risultati sono buoni, migliori della media nazionale per quegli indicatori più legati alle capacità organizzative delle strutture e alla preparazione degli operatori sanitari. La lettura di questi valori è complessa, resa difficile proprio dall’abbondanza di numeri, oltre che dall’affidabilità statistica non sempre garantita. Ma alcune tendenze sono chiare. Sono due le cartine al tornasole: la percentuale di cesarei sul totale dei parti e la percentuale di interventi al collo del femore entro le 48 ore dal ricovero. Si tratta di due voci affidabili dal punto di vista statistico. I cesarei in provincia nel 2013 sono stati il 16,2%, in lieve diminuzione rispetto al 2012, la media nazionale è del 25,98%. Le percentuali più basse si registrano al Policlinico di Ponte San Pietro (11,38%), al Papa Giovanni XXIII di Bergamo (13,45%) e all’ospedale di Alzano Lombardo (14%). Più alto il dato di Calcinate (27,4%). Sempre nell’area della maternità, un altro indicatore offre spunti di riflessione, per quanto condizionati da numerosi fattori estranei all’efficienza e alle competenze delle strutture sanitarie: il tasso di complicanze durante il parto e il puerperio in provincia di Bergamo è dello 0,77%, mentre la media nazionale è dello 0,42%. Le variazioni per i singoli ospedali sono molto contenute; sopra la soglia dell’1% i dati di San Giovanni Bianco (1,33%), dove la sala parto è prossima alla chiusura, di Alzano (1,54%) e di Piario (1,34%). Il Papa Giovanni arriva allo 0,67%. Due considerazioni: l’ospedale cittadino, più attrezzato, si fa carico spesso di casi più complessi e questo può spiegare i decimali sopra la media nazionale; le strutture più piccole, d’altra parte, possono essere più esposte a rischi proprio perché meno dotate di strumentazioni e di medici «allenati» a trattare casi a rischio. L’altro indicatore che può essere preso a parametro è la percentuale di interventi al collo del femore entro 48 ore dal ricovero. La media provinciale è del 57,2%, rispetto a una media nazionale del 45,66%, in linea con i dati del 2012. In questo caso, i dati migliori sono quelli del Bolognini di Seriate (69,6%), del Papa Giovanni XXIII (66,49%), del Policlinico di Ponte San Pietro (66,5%). Sotto la media nazionale invece le percentuali di Alzano Lombardo (39,6%) e Treviglio (37,2%). Altri dati riguardanti gli esiti di interventi chirurgici «salvavita» sono in linea con la media nazionale. Vale ad esempio per la mortalità a 30 giorni degli interventi di bypass aortocoronarico, che è al 2,21%, poco sotto la media nazionale del 2,43%. Gli esiti degli ictus sono leggermente sopra la media nazionale, con la mortalità a 30 giorni al 13,44% contro l’11,56% del dato italiano. Lo stesso vale per la mortalità a 30 giorni degli infarti cardiaci (in totale nel 2013 sono stati 2.406, un centinaio in meno del 2012): 9,56% contro la media nazionale del 9,28%. Sono dati che fotografano ciò che succede negli ospedali, senza però indicare con precisione il valore positivo o negativo portato dall’attività delle strutture sanitarie. Ma un tentativo di sintesi indica come il livello medio della qualità, dell’efficienza e dell’efficacia degli interventi, si mantenga su livelli medio-alti, nonostante i tagli che negli ultimi anni anche in provincia di Bergamo strutture pubbliche e private hanno dovuto subire. Simone Bianco, sbianco@corriere.it
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«Grande è meglio». «No, piccoli efficienti»
I direttori generali bergamaschi: non facciamo classifiche, ma i dati sono buoni
Il coro dei tre direttori generali delle aziende ospedaliere bergamasche ha una sola parola: cautela. I dati del Programma nazionale esiti, diffusi dal ministero della Sanità, sono tanti, complessi e per specialisti. Detto questo, il ministro Beatrice Lorenzin lunedì li ha presentati traendone una sintesi molto precisa: la sanità italiana sta migliorando. E quella bergamasca? «I dati che hanno valore statistico dicono che manteniamo un livello buono, anche migliore della media nazionale. Gli altri hanno una validità relativa e comunque nel complesso indicano una situazione nella media», dice il direttore generale del Papa Giovanni XXIII di Bergamo, Carlo Nicora. Un dato che rende possibile un confronto con le altre regioni d’Italia è la percentuale di cesarei sul totale dei parti. «Questo — dice Nicora — è un dato che indica un’appropriatezza nelle cure, mentre in altre Regioni è evidente come l’alta percentuale di cesarei dipenda da un insieme di fattori, da quelli economici al livello di preparazione dei singoli medici». Il basso tasso di cesarei per numero di parti è un dato che si ripropone in tutte le aziende ospedaliere bergamasche. «Il parto naturale è indice di qualità — concorda Cesare Ercole, dg di Treviglio — e va messo in relazione con il numero di parti eseguiti». In effetti proprio l’Azienda ospedaliera di Ercole chiuderà nei prossimi mesi due sale parto, a San Giovanni Bianco e a Calcinate: «L’efficienza è più garantita dalle strutture più grandi — dice il dg —, chi fa più interventi li fa anche meglio, facendo correre meno rischi ai pazienti». Una visione parzialmente contestata da Amedeo Amadeo, direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Seriate, che gestisce anche strutture piccole come Piario, Alzano e Trescore. «Nella nostra azienda l’efficienza è identica in tutte le strutture — spiega Amadeo —, poi ovviamente a seconda della capacità dei medici o delle attrezzature, certe cure possono essere meglio garantite a Seriate piuttosto che ad Alzano». Seriate, secondo i dati del Programma nazionale esiti, è per altro l’ospedale bergamasco più rapido nell’intervenire sulle fratture del femore, un parametro considerato molto valido per stabilire l’efficienza di una struttura. «Ma questi dati vanno letti con attenzione — dice ancora Amadeo —, perché in alcuni casi un intervento va tardato di qualche giorno per le condizioni del paziente. Fare classifiche sulla base di questi dati non ha senso». S.B.
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Calcinate, via libera alla conversione
La Regione dice sì al progetto per accogliere malati cronici e ambulatori al posto dei reparti La sala parto chiuderà nei primi mesi del 2015. Quasi 5 milioni per opere e strumentazioni
 
C’è il primo via libera della Regione alla conversione dell’ospedale «Passi» di Calcinate in Presidio ospedaliero di territorio (Pot). Il direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Treviglio, Cesare Ercole, e la dg dell’Asl di Bergamo, Mara Azzi, hanno presentato alla commissione tecnica della direzione generale Sanità il progetto secondo il quale nei prossimi mesi verrà rivoluzionata la struttura di Calcinate. Quello che manca, ora, è la delibera della giunta regionale alla conversione, per la quale sono necessari quasi 5 milioni di euro. L’approvazione di questo ultimo passaggio è attesa per metà novembre. Il Presidio ospedaliero territoriale sarà un mix di cura delle malattie croniche, di ambulatori e di servizi socio-sanitari, che l’Azienda ospedaliera gestirà in collaborazione con l’Asl. Già dal momento dell’approvazione del progetto da parte della giunta regionale, sarà possibile apportare le prime modifiche all’attività: «Dal punto di vista logistico, siamo già pronti — dice il dg Ercole —. La struttura è adeguata per accogliere pazienti subacuti e lungodegenti e per gli interventi di day surgery (chirurgia a bassa complessità, ndr.)». Il resto dell’attività sarà invece condizionata, sul piano dei tempi, all’intervento di riconversione anche strutturale dell’ospedale di Calcinate. Ai lavori previsti da tempo per la messa a norma degli impianti (1,7 milioni di euro già stanziati), si sommano quelli per la conversione vera e propria. Il costo di questa seconda parte del progetto è di circa 3 milioni di euro. A settembre la Regione escluse Calcinate dalla prima lista di Pot proprio perché non si trattava di un piano a costo zero, come lo erano invece gli altri approvati. «Quelle risorse ci serviranno per ristrutturazione e l’adeguamento di alcuni spazi, ma anche per acquistare apparecchiature e software. In questo progetto in effetti sarà molto importante il ruolo dei medici di base, che devono però avere gli strumenti per poter collaborare con la nuova struttura», spiega ancora Ercole. I lavori di adeguamento riguarderanno in particolare il piano terra, nell’area dell’accoglienza, e il terzo piano. In contemporanea con l’inizio delle nuove attività, verranno smantellati i reparti finora operativi a Calcinate. Tra questi, il punto nascita, che chiuderà nel corso del 2015, con lo spostamento di medici, ostetriche e infermieri a Treviglio. Dopo San Giovanni Bianco, quella di Calcinate sarà la seconda sala parto dell’Azienda ospedaliera diretta da Ercole a chiudere nel giro di pochi mesi: in Val Brembana i parti cesseranno con la fine dell’anno — nonostante le proteste e le raccolte di firme promosse dagli amministratori locali — mentre a Calcinate il processo sarà più lento ma ugualmente definitivo. I numeri d’altra parte condannano le due strutture: nel 2013 i parti a San Giovanni Bianco sono stati 162, al «Passi» invece 464, comunque sotto la soglia minima di 500 prevista dalla legge per mantenere operativo un punto nascita. È invece restato sopra il limite l’ospedale di Piario (525 parti), che fa parte dell’Azienda ospedaliera di Seriate, che registra altre 1.683 nascite al Bolognini e 1.175 ad Alzano Lombardo. A Treviglio i parti nel 2013 sono stati 1.308, mentre nell’area del capoluogo, il Policlinico di Ponte San Pietro ne ha contati 840 e il Papa Giovanni XXIII 3.749. S.B.
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Ospedali: più interventi, più sicurezza ma pochi reparti arrivano allo standard
Il numero minimo di operazioni raggiunto da uno su tre. Bypass, nessuno oltre la soglia
 
Più efficienza, meno sprechi, soprattutto più sicurezza per i pazienti: è ciò che garantisce un sistema sanitario in cui gli interventi più complessi sono concentrati in un numero minore di ospedali. Questo perché, secondo studi accettati dalla comunità scientifica, le strutture più abituate a fornire una particolare tipologia di cura rischiano meno errori e hanno maggiori probabilità di successo. Lo dicono tutte le linee guida internazionali, fatte proprie negli indirizzi del ministero della Sanità che — salvo rari casi — non sono ancora stati raccolti dalle regioni. I numeri del Programma nazionale esiti, pubblicati dall’Agenas, agenzia del ministero, confermano che la filosofia degli standard come parametro di sicurezza è ancora lontana dal diventare una regola per la programmazione sanitaria sul territorio. A Bergamo, per il momento, le uniche decisioni in questo senso hanno riguardato i punti nascita: quello di San Giovanni Bianco (162 parti nel 2013, la soglia minima è di 500) chiuderà a fine anno, la sala parto di Calcinate (464) nei primi mesi del 2015. Maternità a parte, prendendo in considerazione 5 tipi di interventi, in provincia solo il 32% dei reparti rispetta lo standard. Un caso indicativo riguarda i bypass cardiaci. Le due strutture che li effettuano sono il Papa Giovanni XXIII (105 operazioni nel 2013) e le Cliniche Gavazzeni (136). La soglia minima è però di 200 interventi l’anno. I dati dell’Asl parlano di 225 pazienti bergamaschi che hanno subito operazioni di bypass nel 2013. Secondo gli standard, in sostanza, in provincia avrebbe senso operare in una sola struttura delle due oggi attive. Sarà un caso, ma 30 pazienti bergamaschi lo scorso anno hanno subito un intervento di bypass aortocoronarico agli Spedali Civili di Brescia, 272 operazioni l’anno. Più vistoso ancora è il caso degli interventi per tumore al seno. Lo standard è di 150 operazioni l’anno, ampiamente superato dal Papa Giovanni (448), che è però l’unica struttura sopra la soglia. Le altre 13 hanno numeri molto diversi tra loro: Gavazzeni (127), Bolognini (121) e Treviglio (113) non sono troppo distanti dal minimo previsto, mentre ci sono piccoli ospedali in cui gli interventi di questo tipo sono pochissimi, 1 a Lovere, 2 ad Alzano, 6 a Calcinate. Una situazione che può apparire paradossale, ma che è comunque migliore rispetto alla media nazionale. Lo spiegano bene i numeri degli interventi per tumore allo stomaco. Su 7 strutture che in provincia praticano operazioni di questo tipo, 4 sono sopra la soglia minima di 20 l’anno: Gavazzeni (51), Treviglio (29), Seriate (26), Papa Giovanni (26). A rispettare gli standard è dunque il 57% degli ospedali, mentre la media nazionale è del 16%. Una situazione simile riguarda gli interventi per tumore al colon: 2 strutture su 8 superano la soglia di 50 operazioni l’anno, Papa Giovanni (82) e Gavazzeni (87), e altre 3 — Seriate (49), Policlinico di Zingonia (49) e Treviglio (48) — ci si avvicinano molto. Delle poche strutture che invece intervengono sui tumori al polmone, solo le Gavazzeni (124 operazioni) superano la soglia minima di 100 l’anno, mentre Papa Giovanni (70) e Treviglio (14) restano lontani dallo standard. Per quanto valgano le percentuali su numeri così bassi, si tratta comunque del 33% delle strutture che raggiungono lo standard, mentre la media nazionale è del 15%. Simone Bianco, sbianco@corriere.it