Nel giorno della ricorrenza del quarantacinquesimo della strage di Piazza Fontana, L’Eco di Bergamo dedica una pagina alla testimonianza di chi c’era e che, salvandosi, ha voluto portare un ex-voto al Santuario di Ardesio:

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Il corpo di un uomo decapitato salvò mio marito dalla strage

Franco Cugini, 85 anni di Bergamo, era nella Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana Il racconto della moglie: “Ero incinta del terzo figlio, il giorno dopo era Santa Lucia”

Claudia Mangili, Giuseppe Arrighetti

Francesco Cugini non vuole ricordare. Ha 85 anni, ci sente poco, tiene lontana l’eco delle bombe di piazza Fontana. Era lì il 12 dicembre 1969, nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Lì, in piedi tra i morti, l’urlo delle sirene di mille ambulanze, mille macchine della polizia, i feriti che gridavano e il caos, la polvere, una devastazione assurda. L’agente di commercio di Bergamo era lì, il sangue che scendeva dalle gambe e gli riempiva le scarpe, a pochi metri dalla voragine scavata nel pavimento dallo scoppio che innescò gli Anni di piombo, la stagione delle stragi che hanno sconvolto l’Italia. Era il giorno prima di Santa Lucia, un venerdì, e a casa, in città, aveva due bambini di quattro e cinque anni e un terzo in arrivo. È la moglie, Cecilia Testa, a ricordare per lui. Secca, stringente, liquida quei giorni e li spinge in un angolo come in casa s’è sempre fatto, da 45 anni, per continuare. E dimenticare. Provarci, almeno. Quel venerdì al mercato “Niente – esordisce –, Franco era entrato nel banca per parlare con un cliente, uno che conosceva già. Era un uomo robusto, molto alto”. Era Carlo Garavaglia, uno dei 14 morti sul colpo, poi il conto salì a 17. “Il suo corpo aveva fatto scudo a quello di mio marito. L’onda d’urto della bomba e le schegge hanno colpito lui. L’hanno decapitato… Dopo l’esplosione, Franco era riuscito a scappare fuori dalla banca, era tornato nella piazza. Poi, nella confusione dentro e fuori, aveva pensato alla borsa che aveva con sè”. Un’àncora, la normalità, la rimozione istantanea. Franco Cugini ha, semplicemente, dimenticato una borsa. “Allora torna dentro. Tra le cose che, chissà perché, io ho fissato nella testa c’è questa: Franco che mi racconta l’effetto del sangue che colava nelle scarpe, come calpestare il fango… Torna dentro, non sono ancora arrivate le ambulanze, nè la polizia, ci sono solo i feriti che si lamentano, i vivi che urlano di terrore e i morti. Il corpo del suo cliente, la testa non c’è più. Capisce perché dopo, dopo quando è tutto finito, abbi o cercato di parlarle il meno possibile? “. Cugini allora aveva 40 anni, aveva ereditato il mestiere del padre, commerciava in calci e pezzi per l’agricoltura, l’edilizia e l’industria chimica. Il venerdì in piazza Fontana, a due passi dal duomo, c’era il mercato e lui ci andava ogni settimana. Raccontò che era entrato nella banca verso le 16,25 per parlare col Garavaglia. L’ordigno esplose qualche istante dopo, loro due erano a pochi metri, tre o quattro stimò Cugini. Disse di una luce fortissima e di un boato e poi il silenzio. L’onda d’urto gli arrivò attenuata dal corpo dell’altro. “Le schegge – ricorda la moglie – non sono passate attraverso la stoffa pesante del cappotto e della giacca che Franco indossava, non sono entrate nel torace. Mio marito è rimasto ferito tutto sommato di striscio. Le gambe più che altro, e le ustioni un po’ dappertutto. Ma non era grave”. Uscì da quell’inferno sulla piazza percorrendo una trentina di metri, raccontò che percorrerli sembrò un’eternità. Poi il ricordo della bors Rientrò e quell’immagine è una fotografia che ha deciso di lasciar sbiadire. L’agente di Bergamo venne raccolto da un’autolettiga poco più tardi, cercarono di lasciarlo al policlinico a poche centinaia di metri da piazza Fontana. Ma non c’era posto, così lo portano al Fatebenefratelli. Fu dimesso per le feste di Natale. “Dopo un po’ – racconta Cecilia – ci hanno spedito il conto dell’ospedale…”. A saldarlo intervenne il Comune di Bergamo. Nessun colpevole Il processo per la strage – imputati Pietro Valpreda e Mario Merlino, assolti – prende il via a Roma il 23 febbraio 1972, quattro giorni dopo lo trasferiscono a Milano e il 13 ottobre (per motivi di ordine pubblico), trasloca a Catanzaro. “Mio marito era tra gli 88 feriti e anche lui fu chiamato al processo. Parlò, mah, meno di un minuto… Dallo Stato come risarcimento arrivò qualcosa, una miseria… Ma non era quello…”. Quello era che in 45 anni, dopo sette processi, non è mai stata emessa una condanna definitiva per la strage, i colpevoli non sono s ti identificati, le responsabilità non attribuite. Ci sono state solo alcune condanne di alcuni esponenti dei servizi segreti italiani accusati di aver depistato le indagini. “Noi siamo andati avanti, mio marito si è ripreso, è tornato a lavorare, insieme abbiamo cresciuto i nostri tre figli e anche quel Natale siamo riusciti a festeggiare. C’eravamo ancora tutti, Franco era ancora con noi”. Dopo quella delle 16,37 in piazza Fontana, il 12 dicembre 1969 si contarono in 53 minuti altre bombe in Italia: una viene rinvenuta, inesplosa, nella sede della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala a Milano. Le altre a Roma: alle 16,55 vicino alla Banca Nazionale del Lavoro, 13 feriti; alle 17,20 davanti all’Altare della patria, alle 17,30 all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento, quattro feriti. Per l’Italia risorta dalla guerra era finita l’età dell’innocenza.

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“Io scappai”

Un ex voto nel santuario di Ardesio

Questa è la storia di un quadro. Di un quadro e di una bomba. Della bomba. Quella che il 12 dicembre di 45 anni fa ha mandato in frantumi i sogni di una generazione, affondandoli con schegge e sangue. Il quadro è quello appeso dentro il santuario della Madonna di Ardesio, con una firma: Giovan Maria Mor Stabilini. Con tinte nere e grigie, ritrae l’immagine che è diventata simbolo della strage: lo squarcio in mezzo al salone e i corpi a brandelli. Giovan Maria Mor Stabilini era originario della Valle Seriana: è morto nell’agosto di tre anni fa in provincia di Pavia all’età di 80 anni. Ma quel venerdì pomeriggio dentro la Banca nazionale dell’agricoltura lui c’era. “Veniva da una famiglia di mandriani – ricorda la vedova Argea Fortunati – e in banca faceva da mediatore per il “mercato di parola””. Lo sanno tutti che quel 12 dicembre, vigilia di Santa Lucia, la banca era piena di uomini impegnati nella compravendita del bestiame. Bastava una stretta di mano, perché la lealtà era una cosa seria. Ecco un’altra cos insieme all’innocenza, che abbiamo perduto con quella bomba vigliacca. “Fu portato in ospedale con l’autoambulanza, ma aveva così paura che potesse scoppiare un’altra bomba che scappò per venire a casa. Quando aprì la porta, lo vidi coperto di sangue “. Era pieno di schegge e la deflagrazione lo fece diventare sordo all’orecchio sinistro “ma qualche mese dopo, volle portare alla sua Madonna di Ardesio il quadro per ringraziarla di essere ancora vivo. Gliel’aveva preparato un suo amico pittore “. In mezzo ai velluti rossi o blu, ai cuori dorati o argentati degli ex voto, c’è anche la strage di piazza Fontana. “Lo Stato non ha mai fatto nulla per noi che siamo sopravvissuti – aveva denunciato Mor Stabilini in una intervista a un quotidiano pavese – sono anche andato a seguire i processi, ma la nostra memoria non interessava a nessuno”. “Oggi no, non veniamo più ad Ardesio – conclude la moglie – sa com’è, i figli sono grandi e hanno la loro vita. Prima invece sì, venivamo tutti gli anni, ad agosto: voleva semp passare per una preghiera in santuario”. Rimane il suo quadro, con lo squarcio nel mezzo.