L’agonia dei giganti di cemento

Dal Corriere della Sera, edizione Bergamo, del 7 febbraio 2015:

Affreschi feriti, crolli e lamiere. L’agonia dei giganti di cemento.

Immagine di Agazzo e Viganò/Fotogramma per Corriere della Sera, Bergamo
Immagine di Agazzo e Viganò/Fotogramma per Corriere della Sera, Bergamo

Sono diventati luoghi invisibili, non si vedono più. Eppure ci sono. A un passo dalla Corsarola, dove scorre il turismo veloce di pizzette e cocacole, parlano le ruggini delle grate dell’ex monastero del Carmine e del carcere di Sant’Agata, chiuso dal ’77. Quando è crollato il controsoffitto in cartongesso della sezione femminile della vecchia prigione, ricavata su una chiesa del 1600, sono riapparsi i dipinti di Salvatore Bianchi, pittore varesino del ‘700. Violentati dalla canna fumaria della stufa piantata in mezzo, ma con la freschezza dei colori intatta. Nell’angolo di un affresco, tra un tripudio sovrastante di angeli e santi, i dobloni d’oro, che cascano dalla cornucopia, sembrano preconizzare che cosa di lì a qualche secolo, sarebbe servito al complesso monumentale. Per arginare la ferita aperta servono parecchi dobloni-milioni e idee buone, due elementi strettamente connessi su cui si poggia la chiamata di idee formulata dal Comune di Bergamo e per cui è appena stato depositato un progetto. Il Demanio ha ceduto il complesso al Comune gratuitamente, con l’impegno di quest’ultimo a valorizzarlo, anche con destinazione ricettiva. L’obiettivo è quello di ridare vita all’ex carcere, ma cercando di preservare la monumentalità da un consumo, da un utilizzo residenziale «pesante», come è anche nei desiderata della Soprintendenza. Il transito alberghiero di chi va e viene sembrerebbe più leggero e anche più compatibile con quella sostenibilità economica che può tentare gli investitori privati. Qualcuno interessato c’è, il progetto verrà valutato da un’apposita commissione comunale, tra qualche giorno. Rovine più o meno sinistre, abitate da epopee industriali finite, ad esempio, si incontrano un po’ dappertutto. L’Università di Bergamo, con uno studio commissionato da Italcementi e i cui risultati saranno ufficializzati nei prossimi mesi, è arrivata a un verdetto: sono almeno 3 milioni i metri cubi di aree dismesse presenti in città. Altrettante, sparse per la provincia. La ex Reggiani di viale Giulio Cesare, in città, è chiusa da cinque anni, è l’ultimo fortino, l’ultimo baluardo spettrale del manifatturiero, quasi una porta della città per la Valle Seriana, roccaforte di un impero tessile impiantato nell’Ottocento dagli industriali calati dalla Svizzera; i Widmer-Walty a Cene, i Blumer a Nembro, gli Spoerry e gli Honegger ad Albino, gli Zopfi a Ranica. Per la Reggiani il progetto di riqualificazione prevedeva «nuova funzione residenziale, integrata da funzioni alberghiero-ricettiva, terziaria direzionale e commerciale», con recupero degli edifici storici, che sono 4, innestati su una superficie di 23 mila metri quadrati. Sono passati sette anni. È rimasta la ciminiera, i vetri rotti della filanda, i mattoni sgarruppati e un filo d’affetto che non si è mai spezzato tra la fabbrica e la sua gente. Vecchie fabbriche, strade mai finite, caserme. In via Legnano, in città, la caserma Corridoni aspetta da sei anni di risorgere. Era stata ceduta ad un gruppo immobiliare, grazie ad un accordo tra Comune e Demanio, per due milioni e 300 mila euro, ma l’unico suono che riecheggia, oltre il muro con il filo spinato, è il silenzio (fuori ordinanza). Succede così anche altrove, negli ex fortini militari dalla caserma Moioli di Presezzo (in parte demolita) fino alla Montelungo in città, dove i rampicanti artigliano le pietre muschiate e le sgretolano. Le ferite del paesaggio di Bergamo e del suo territorio, le sue cicatrici, le sue asimmetrie sono quelle stesse di chi ci abita, riflesse al suolo. Il paesaggio è il volto di un uomo, delle sue vicende di vita. I graffiti sui muri dell’ex Matto Matteo di Stezzano, dove si vendevano mobili, retaggio dell’ultimo rave party, mettono i brividi. Ma dietro si apre uno spazio verde. La speranza che madre natura si riprenda il suo, mette serenità.

Donatella Tiraboschi