wordleIl testo del discorso del sindaco di Ardesio, Alberto Bigoni, per la celebrazione della Festa della Liberazione del 2015:

Care concittadine, cari concittadini,
Dopo l’introduzione della ricorrenza del 25 aprile sul nostro territorio comunale nel 2014, abbiamo ovviamente voluto riproporre l’evento anche per l’anno corrente, con la preziosa collaborazione del Gruppo Alpini locale: colmare un vuoto istituzionale era doveroso, continuarlo lo è ancora di più. Il 2015 è inoltre l’anno del settantesimo anniversario della Liberazione d’Italia, conseguentemente il peso della Storia del nostro Paese si fa sentire con maggior vigore. La guerra e il fascismo. Un tragico binomio. Che sconvolse prima l’Europa e poi il mondo intero. Milioni di morti, distruzioni apocalittiche. Una feroce follia innescata da due dittatori: Hitler e Mussolini. La Germania in camicia bruna dopo aver annesso l’Austria, conquistato la Boemia e sottomesso la Slovacchia, nel settembre 1939 invade la Polonia. Un’aggressione che provoca la dichiarazione di guerra di Francia e Inghilterra. E’ iniziata la seconda guerra mondiale. E quando nella primavera del ’40 l’esercito tedesco sfonda le difese francesi, anche Mussolini dichiara guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Inizia così anche per l’Italia una nuova tragica avventura che semina morte e distruzioni. Il primo atto della tragedia si chiude il 25 luglio del ’43 quando il re dichiara decaduto Mussolini e il generale Badoglio è nominato suo successore. Il secondo atto riprende con l’8 settembre quando Badoglio firma l’armistizio con gli alleati e le truppe naziste occupano il centro-nord per tentare di bloccare l’avanzata degli alleati. E’ soprattutto in questa fase che l’eroico contributo del movimento partigiano diventa essenziale per la liberazione dell’Italia. La lotta di Liberazione fu un movimento collettivo, somma di tante scelte individuali di donne e uomini comuni che si impegnarono per affermare i principi di libertà ed indipendenza a fronte di sofferenze e, spesso, fino al sacrificio personale. I protagonisti di quelle esperienze fondative della Repubblica meritano riconoscimento, così come la loro memoria è degna per essere trasmessa alle nuove generazioni, insieme ai valori e ai principi della Carta Costituzionale. Voglio affidare soprattutto alle parole di chi c’era, alle testimonianze di chi ha vissuto quei momenti drammatici per consentire a tutti noi di continuare a tramandare il ricordo. Ho scelto le parole del comandante partigiano piemontese Filippo Beltrami, scritte in una lettera nella quale rifiuta il salvacondotto offertogli dal comando tedesco:

Egregio Colonnello, in luogo di telefonarle, preferisco inviarle questa lettera; i miei superiori non acconsentono al colloquio richiesto e proposto. Non mi rimane che esprimerle per iscritto il mio pensiero. Lei mi ha chiesto ieri per telefono quali siano le mie intenzioni. Eccole: combattere fino alla liberazione della nostra Patria, liberazione dagli occupanti stranieri, di qualunque nazionalità siano, liberazione dall’infame cricca fascista, colpevole di vent’anni di malgoverno, colpevole di aver portato il paese in una guerra colossale senza la necessaria preparazione, colpevole delle miserevoli figure imposte al nostro esercito per il proditorio attacco alla Francia, quando credette di poter sfruttare un vostro innegabile successo, e alla Grecia; […] Noi combattiamo per l’onore della nostra bandiera che non deve essere portata da mani vigliacche e sudice. Queste cose le dico a lei, per quanto mi pesi dirle a uno straniero. In quanto lo scadere dell’ultimatum, le dirò, signor Colonnello, che noi non deponiamo le armi, unica garanzia della nostra libertà. Ma, per non coinvolgere le popolazioni borghesi in una lotta senza quartiere, ho deciso di lasciare gli eventuali accantonamenti; ci sparpagliamo nel paese, apparentemente scompariamo, perché i tempi non sono ancora maturi per una lotta aperta, per quanto sarebbe la più gradita al cuore di un soldato. I miei compagni non hanno bisogno di comodi alloggiamenti; il periodo d’istruzione concesso ha garantito la necessaria mobilità per continuare la lotta ovunque si presenti. Avrei voluto aver l’onore di conoscerla personalmente, così, invece, non mi resta che salutarla per iscritto.

Poche settimane dopo verrà ucciso in combattimento a Megolo proteggendo lo sganciamento dei suoi uomini da un esteso rastrellamento in valle Strona.
Uomini, certamente, ma come dicevamo anche tantissime donne protagoniste in prima linea della resistenza. Le parole di Adele Delponte, attiva nella Resistenza di Milano e dintorni, racconta i primi giorni dopo la Liberazione:

Qualche giorno dopo il 25, era il 27 aprile, mi sembra, continuavano a arrivare in città i partigiani e noi eravamo andate a vederli passavano da piazzale Loreto per andare in Duomo. Eravamo un bel gruppo di donne e lì su un camion Maria Piera Carnevale ci fece un comizio volante. Mi emozionò moltissimo sentir parlare una donna. Ci diceva che, visto che avevamo partecipato alla lotta come gli uomini, ci eravamo conquistate non solo la pace e la libertà ma anche la dignità di cittadine e che avremmo dovuto continuare a lottare per essere veramente libere, protagoniste della nostra vita e del nostro futuro.

Tornando ai giorni nostri, è fondamentale sostenere programmi e progetti che partendo dalla conoscenza del conflitto passato consentano di far riflettere le nuove generazioni sull’attualità, sulla gestione dei conflitti attraverso il confronto verbale e, dunque, mediante la promozione di percorsi di dialogo e pace, di libertà. Le parole di Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi:

Il valore dell’esperienza partigiana consistette soprattutto nel prendere in mano il proprio destino, di fronte alla situazione tragica in cui l’occupazione nazista aveva posto gli italiani. Si trattava di scegliere tra la sedicente repubblica di Mussolini, succube dei tedeschi, e la prospettiva di affrontare un nemico molto potente per costruire un futuro diverso. In genere i giovani che andarono in montagna non avevano preparazione politica, perché erano sempre vissuti sotto la dittatura, ma furono mossi da un sentimento istintivo di libertà, che li spinse ad agire per riscattare la patria, per condurla fuori dal baratro in cui l’aveva gettata il fascismo. L’insegnamento più importante della Resistenza è dunque che nella vita si può e si deve scegliere, anche quando tutto sembra perduto.

Fare storia, in senso attivo, significa infatti sottoporre a continua ricerca le conoscenze, saper adottare prospettive nuove, riuscire ad illuminare gli angoli lasciati in ombra, mentre l’azione di memoria rende partecipi di un processo che è di conoscenza, ma anche di presa in carico e di responsabilità. Facciamo sì che la prosa di Beppe Fenoglio ne “Il partigiano Johnny” possa trovare un senso rinnovato nel 2015:

E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre unoBeppe Fenoglio (“Il partigiano Johnny”, 1968)

Viva il 25 aprile, viva l’Italia!
Il Sindaco, Alberto Bigoni