CatturaLa montagna italiana, in moltissimi Comuni, oggi è un luogo dove si sperimentano politiche di integrazione e un nuovo welfare di comunità. La montagna conosciuta come luogo dal quale emigrare, che fino agli anni Novanta ha perso, sia sugli Appennini che sulle Alpi, decine di migliaia di abitanti oggi diventa territorio che torna a crescere, con un aumento della popolazione dopo lunghi e non uniformi periodi di declino. La montagna mostra una capacità diversa di accogliere e ospitare i nuovi flussi di migrazione di lungo raggio, sino a fare degli stranieri una componente rilevante delle forze di lavoro. È una delle immagini positive e inattese che emergono dal Rapporto Montagne Italia, realizzato dalla Fondazione che unisce Uncem e Federbim, presentato oggi alla Camera dei Deputati, a Roma. Un attento lavoro di analisi, quantitativa e qualitativa sulle Terre Alte e sul loro legame con le aree urbane italiane, che arriva a nove anni dal precedente studio di questo tipo realizzato dal Censis. Nuovo welfare, ma anche nuova economia e apertura al terziario e all’innovazione. Non senza la necessità di una maggiore coesione tra i Comuni, moltissimi con meno di mille abitanti, capaci insieme di superare la delicata fase di riorganizzazione istituzionale che ha prima visto l’evoluzione delle Comunità montane e poi una soppressione delle Province, entrambe erogatori di servizi e luoghi istituzionali capaci di mediare il dialogo delle aree montane e rurali con le zone metropolitane e urbane.

La fotografia del territorio montano che emerge da questo Rapporto ci restituisce uno spazio la cui funzione strategica troppo spesso sfugge alla politica nazionale. Su quel 58,2 % di territorio nazionale, sul quale risiede una popolazione di 14.310.751 abitanti in oltre 4200 comuni, quasi un quarto della popolazione italiana, si gioca infatti la sfida della modernità. Le risorse del territorio montano, a partire dai servizi ecosistemici che è in grado di offrire rappresentano un fattore vitale per lo sviluppo armonico del territorio, mentre legno e acqua sono fondamentali per la realizzazione di un futuro nel quale si riesca ad innalzare la nostra capacità di autoproduzione energetica sostenibile, affrancandoci quanto possibile da sempre più onerosi combustibili fossili d’importazione. In sostanza, il passaggio a una economia sostenibile nel nostro Paese non può prescindere dalla montagna. Il territorio montano è peraltro già oggi il l’ambito nel quale operano numerosi distretti produttivi che continuano a garantire all’Italia una capacità competitiva internazionale, e rappresenta il tessuto connettivo indispensabile sul quale si innervano le economie del turismo, dell’enogastronomia e dell’agroalimentare. Aree e territori vivi, che garantiscono manutenzione e gestione territoriale, primo fattore di prevenzione dei rischi idrogeologici che in questi anni hanno colpito diverse aree del Paese. Tornare a discutere di territorio, di valorizzazione delle risorse, di strategie di sviluppo è anzitutto il modo di restituire alla politica la sua funzione e quello di elevare la capacità di governo delle istituzioni locali e nazionali, rimettendole in connessione con i cittadini. A partire, appunto dai territori. Per farlo c’è bisogno di conoscenza e competenza. Per questo, per le informazioni che fornisce ai decisori politici, per la discussione che può animare questo Rapporto è importante: e non è un caso se Fondazione Montagne Italia ha voluto ripartire da qui, da un’analisi compiuta delle dinamiche socio economiche dei territori montani. Ne emerge principalmente un dato complessivo: il territorio montano svolge oggi una funzione assolutamente essenziale per la modernizzazione del Paese, e quindi la sua gestione e la sua tutela sono fattori chiave su cui lavorare per assicurare all’Italia un futuro migliore e più equo. Mette inoltre in risalto che c’è una generazione di sindaci consapevoli non solo delle criticità ma anche delle potenzialità dei territori che governano. Non a caso individuano nei servizi sociosanitari e nella carenza della dotazione infrastrutturale le principali questioni da affrontare se si vuole parlare di rilancio dell’economia montana, di ripopolamento e conseguente manutenzione territoriale. Coglieva quindi nel segno la Strategia aree interne nell’individuare nella scuola, nella sanità e nella mobilità i pilastri di una strategia di rilancio. Per questo, non è più possibile eludere la questione della governance territoriale, di quale ruolo debbano avere le popolazioni locali organizzate nelle loro autonomie e a quale modello di istituzionale ci si debba ispirare per assicurare efficienza e democrazia. La recente istituzione delle Unioni montane di Comuni rappresenta il modello istituzionale dal quale partire per una gestione associata e condivisa dei servizi, realizzando economie di scala, puntando su politiche di sviluppo in grado di garantire benessere economico, sostenibilità ambientale e coesione sociale. La politica deve recuperare la dimensione strategica, l’ambizione di costruire un futuro nel quale il territorio, le sue risorse, i suoi abitanti e le sue istituzioni diventino i protagonisti di in un progetto complessivo di sviluppo della montagna.

Enrico Borghi
Presidente
Fondazione Montagne Italia


Clicca QUI per leggere tutto il RAPPORTO