Pagina 2 e 3 del Corriere della Sera, edizione Bergamo, del 28 giugno 2015
Pagina 2 e 3 del Corriere della Sera, edizione Bergamo, del 28 giugno 2015

Domenica 28 giugno 2015 il Corriere della Sera, edizione Bergamo, pubblica due pagine dedicate alle famiglie in crisi. Uno sguardo ad un dramma che affligge la nostra provincia, anche la Valle Seriana, che merita di essere divulgato il più possibile per informare tutti.

Il grido d’aiuto dei genitori separati

Quattrocento euro al mese, per sei mesi. Non risolvono i problemi, ma almeno aiutano a far (quasi) quadrare i conti per un po’ di tempo. Già banditi lusso e capricci, servono per pagare l’affitto, libri-scarpe-mensa scolastica dei figli, le medicine, le bollette. È l’identikit della nuova povertà che emerge dal bando per il sostegno dei coniugi separati o divorziati, con figli minori e in situazione di disagio economico. È della Regione e passa dall’Asl, che attraverso consultori e assistenti sociali stila la graduatoria di chi ha più bisogno di altri. Per la cronaca: il termine per presentare le richieste di aiuto è stato prorogato fino al 15 luglio. I dati dei bandi precedenti confermano che il problema di riempire la borsa della spesa e di pagare luce, acqua e gas si fa sentire. Se nel 2013 gli aiuti sono stati 107 e l’anno dopo 60, quest’anno (bando 2014) sono 236. Difficile concludere che sono aumentate le richieste, anche se sembra che i dati lo indichino, perché molto dipende da come erano strutturati i bandi e da quanti soldi erano stati messi a disposizione. La causa dei problemi, invece, è costante. È il crollo di due pilastri: il lavoro e la famiglia. I due fallimenti amplificano l’effetto l’uno dell’altro. Il caso tipico (ed estremo) è il genitore che si separa ed esce di casa, quindi si ritrova un nuovo affitto da pagare, magari al tempo stesso deve continuare a versare la rate del mutuo dell’abitazione di famiglia più gli assegni ai figli e al coniuge più debole. E se è davvero sfortunato, circostanza non improbabile, ha pure perso il lavoro. La portata del fenomeno si capisce dal monitoraggio dell’Asl su 95 progetti attivati (l’aiuto non consiste solo in un assegno, ma prevede un sostegno anche sociale e psicologico): in 40 casi il problema principale è che la fabbrica ha chiuso o l’ufficio ha ridimensionato il personale. Così ci si arrangia come si può: chi è ancora fortunato trova un’occupazione part-time, gli altri rincorrono lavoretti saltuari senza potersi permettere di storcere troppo il naso. «La situazione è resa ancora più drammatica nei casi in cui le donne sono casalinghe o hanno perso il lavoro, quindi sono totalmente dipendenti dall’assegno di mantenimento dell’ex coniuge», è l’analisi di Aldo Rovetta, responsabile dell’area famiglia e conciliazione dell’Asl di Bergamo. Già, le donne. Sono il principale beneficiario (93%) degli aiuti. Non per una questione di discriminazione del padre di famiglia, ma per un motivo pratico: «I dati evidenziano che l’accudimento quotidiano dei figli è in carico alle madri con le quali gli stessi convivono, salvo rare eccezioni. Per il 90% dei casi si tratta di coniugi in stato di separazione legale, solo una piccolissima parte è divorziata o in possesso di provvedimenti provvisori e urgenti», spiega Rovetta. Di solito sono le mamme a restare nella casa coniugale per via dei figli. «Ma per 23 beneficiari dell’aiuto è stato necessario reperire una soluzione abitativa con ulteriori costi a carico — mette in evidenza il funzionario dell’Asl —. Una piccola parte di casi presenta una situazione di morosità incolpevole o di ingiunzione di sfratto».  Lavoro, separazione, casa, figli. A peggiorare la già difficile condizione ci sono spesso strascichi rancorosi tra gli ex. Non a caso, «in 18 casi è stato richiesto l’aiuto degli psicologi, con colloqui centrati su problematiche comunicative e relazionali tra gli ex coniugi o tra genitori e figli». Se mai ancora resistessero, i dati costringono a superare due luoghi comuni. Il primo. A chiedere aiuto non sono «le solite persone disagiate», già conosciute da consultori e assistenti sociali. Al contrario, il bando ha fatto da motore per far uscite allo scoperto nuove famiglie (normali) in difficoltà. Chi prima si vergognava di chiedere aiuto ora, a fronte della separazione e dei problemi crescenti, si è trovato a un bivio: superare il pudore di dire «non ce la faccio», oppure far mancare anche il necessario ai figli. Il secondo. Non si creda che la povertà sia straniera. Tutti i 95 casi, tranne una decina, riguardano italiani. Giuliana Ubbiali, gubbiali@corriere.it

Un lavoro e le spese condivise: così dal poliziotto all’ingegnere si ricomincia a pagare il mutuo

C’è il poliziotto con una situazione finanziaria disastrosa: una separazione in corso, debiti per 30 anni consistenti e alla fine del mese gli rimanevano meno di 200 euro. «Abbiamo iniziato risolvendo l’aspetto alimentare, che non è poco — spiega Diego Alloni, responsabile di “Papà Separati Lombardia onlus” —. Ora partecipa anche con i figli all’attività di raccolta del cibo e pure l’ex coniuge, che inizialmente era contraria, alla fine è venuta anche lei rendendosi conto che l’operazione è svolta in totale serenità, in un clima gioviale tra famiglie». Un papà della Bassa non pagava il mutuo da anni, non aveva più niente. «Il primo mese gli abbiamo trovato un lavoro, un’ora al giorno per 200 euro al mese, il secondo mese le ore sono diventate due per 400 euro». Da quel momento gli è stato chiesto di ospitare un altro papà: in due «portavano in casa» 600 euro, un buon inizio per ripartire. Nel giro di sei mesi ha trovato lavoro e ripreso a pagare il mutuo. «Ora ne seguiamo tre che vivono in macchina, un ex guardia giurata vive nei negozi sfitti dove deve fare la guardia». Sempre nella Bassa, un ingegnere informatico è rimasto senza lavoro: la prima cosa a cui ha dovuto rinunciare è stata la casa. «Con il Centro per il bambino e la famiglia, il più importante centro europeo di mediazione familiare, prepariamo le ex coppie a intraprendere il nuovo cammino. Una soluzione che, in molti casi, evita di rivolgersi agli avvocati. E già questo è un primo risparmio». Diana Campini

La villetta confiscata alla mafia e l’ex ospizio a 100 euro al mese per superare il problema casa

Bergamo è tra le prime province italiane per numero di alloggi destinati a papà separati. «A Terno d’Isola c’è la Casa del papà — spiega l’associazione “Papà Separati Lombardia onlus” — una villetta con tre posti, a Verdello abbiamo appena inaugurato cinque tra mono e bilocali. Era uno stabile di proprietà dell’ex ospizio, gli appartamenti dove si cambiavano i medici e gli infermieri. L’abbiamo ricostruito grazie alla lungimiranza del vicario e della fondazione che gestisce la casa per anziani. I locali vengono concessi in comodato gratuito purché i papà partecipino pagando le utenze».
A conti fatti, un bilocale costa all’ospite meno di cento euro al mese e per chi ha una situazione familiare e, spesso, lavorativa difficile è un aiuto significativo. Il primo papà entrerà entro pochi giorni. Gli appartamenti sono stati arredati e risistemati dai volontari dell’associazione, altri papà soli. Il sindaco di Terno d’Isola, Corrado Centurelli è avvocato e si occupa in particolare di separazioni e divorzi: «Nel 2013 una villetta a schiera di 100 metri quadrati, in via Boccaccio, era stata confiscata alla mafia. Il Comune avrebbe potuto chiederla per destinarla a scopi sociali. L’abbiamo destinata ai papà separati. L’abitazione è temporanea per superare il momento critico e permettere a chi non ce l’ha di trovare un’occupazione. Gli inquilini potranno restarci un anno (rinnovabile a due) pagando solo acqua e gas». Diana Campini.

«Ogni anno saltano duemila coppie. È un dramma che crea nuovi poveri»

L’associazione «Papà separati» fa accordi con le grosse catene commerciali per il cibo. Li trovi dove la gente va a fare la spesa, ma mai nelle ore di punta. Da tempo hanno rinunciato a qualsiasi lusso, e sfizio, e la ventiquattrore è appesa al muro da tempo, non perché sia passata di moda. Ci sono uomini, soli, che rappresentano il nuovo segmento tra le povertà sociali. Sono i papà separati o divorziati, che ora, carrello del market alla mano, provano a trovare una via d’uscita. «A non perdere il filo», per dirla con i Pooh. «Le assistenti sociali ci telefonano e ci spiegano che possono aiutare disabili, anziani e in parte gli immigrati, ma per altri soggetti, come questi ex mariti o compagni, non c’è niente, nessun fondo destinato — spiega Diego Alloni, trevigliese responsabile di “Papà Separati Lombardia onlus” —. Ma nella sola Bergamasca ci sono centinaia di casi di nuove povertà dovute a separazioni. Una decina di nostri associati dormono in macchina, una ventina nei garage, tanti da parenti e amici. Nella nostra provincia ogni anno ci sono circa 2.000 rapporti che saltano, 100 divorzi e 500 separazioni di conviventi con figli a carico. Con la crisi la situazione è precipitata: pagare due affitti, fare la spesa per due abitazioni, magari avendo appena perso il lavoro, in alcuni casi è un’impresa». L’associazione a Bergamo ha siglato una collaborazione con alcune catene della grande distribuzione: Lidl, Bennet e Iper cedono gratuitamente il «fresco» in scadenza, mentre Esselunga dona direttamente al Banco alimentare, dove l’associazione va una volta al mese a prendere «il secco» e lo ridistribuisce. «Queste grosse catene per legge sono invitate, e non obbligate, a “riciclare” il cibo in scadenza attraverso canali di volontariato — spiega Alloni — in cambio hanno lievi vantaggi fiscali. Raccogliamo circa 5mila euro di cibo fresco al mese, attività a cui come volontari partecipano gli stessi papà separati. Si ritira la merce sulla base del bisogno personale, compresi i figli e anche l’ex partner con cui si possono condividere le eccedenze. È un modo per risolvere il problema alimentare. Noi non diamo la borsetta come la Caritas, ma prevediamo 100 euro di cibo per ogni adulto e 60 per ogni bimbo». L’associazione si sta muovendo anche sul fronte abitazione, e anche qui l’escamotage è quello di rivolgersi ai grandi marchi che in cambio possono contare su un ritorno d’immagine: «Utilizziamo “mobili della nonna” usati ma in buono stato oppure se serve qualcosa ce lo facciamo regalare dalle grandi catene, come Ikea, Leroy Merlin, o anche artigiani locali più piccoli, ad esempio donandoci pezzi non perfetti o danneggiati. La Therma3000 ci ha fatto ad esempio tutti lavori di caldaia a prezzo di costo». Il profilo del papà separato in difficoltà: molti lavoratori nell’edilizia, come muratori o geometri, oppure camionisti. E poi tutti i lavori atipici nuovi: diversamente da quanto si possa immaginare, gli informatici, senza contratto a tempo determinato, e anche ingegneri neo-disoccupati. Diana Campini

Quei casi (sommersi) da divorzio breve

L’avvocato: con le nuove leggi assisteremo a un boom di fratture che ora restano nel silenzio
«Per l’anno prossimo ci aspettiamo un boom perché le recenti leggi — filiazione, divorzio breve e divorzio facile — porteranno a certificare quello che prima avveniva nel silenzio, con molti casi di accordi “in famiglia”». Corrado Centurelli, sindaco di Terno d’Isola e avvocato, lo sa bene perché si occupa in particolare di separazioni e divorzi. Fino ad ora queste situazioni emergevano solo da documenti e tribunali, ma lo scenario reale non era fotografabile, mancava all’appello il 25% dei casi. Ora emergeranno le coppie che prima non si rivolgevano a nessun soggetto accreditato, tribunali o consultori, in molti ricorreranno al divorzio breve in municipio. «Il fenomeno risulterà maggiore fino al 30% — considera l’associazione Papà Separati Lombardia onlus —-. Il problema è che il divorzio è stato “de-giurisdizionalizzato”, non ho più bisogno di affidarmi al tribunale. In parlamento il progetto di legge è nato escludendo i nuclei con figli minori o non autosufficienti, in realtà durante il percorso parlamentare, attraverso una serie di emendamenti, la norma è variata: ora basta andare d’accordo, quindi l’accordo è sempre extragiudiziale». E chi gestisce questa fase? Gli avvocati. «Che sono troppi — dice Diego Alloni, responsabile dell’associazione per Bergamo—. In assenza dell’azione moderatrice del giudice si avrà un aumento enorme di esborso di soldi. Molte donne all’avvocato dicono: “mi affido a lei però non ho soldi”». La separazione viene chiesta soprattutto dalla parte femminile, attorno ai 40 anni, con figli alle elementari. «Le decisioni devono essere prese con la consapevolezza di dover guardare lontano, tenendo conto di tutte le variabili che possono intercorrere in questi 20 anni, salute e lavoro compresi — mette in guardia Alloni—. Ora ci si rivolge al tribunale più per situazioni che presentano problematiche particolari, ad esempio mamme che non vogliono fare vedere i figli, padri disoccupati, situazioni gravi». Insomma, divorziare oggi non costa solo i 16 euro della pratica in municipio. Separazione e divorzio significano sempre impoverimento, anche dei bambini « cui vengono ridotte le potenzialità educative, dal corso di pc, al corso di lingua». Diana Campini