Bani di Ardesio, 80 abitanti «qui si vive bene: tornate»

Domenica 31 luglio 2016, l’Eco di Bergamo ha dedicato una pagina ai Bani di Ardesio, a firma di Paolo Aresi e Enzo Valenti:


Bani di Ardesio, 80 abitanti «qui si vive bene: tornate»


La sensazione più importante è quella di libertà e di relazione con la natura alla base della cultura della montagna. L’aiuto di Internet, l’unico bar, il ritrovo generale il venerdì sera alla Pro loco, quelli che tornano per il fine settimana

È qui che si vive bene. È qui che si assapora la gioia del mondo, qui davanti alle pareti d’argento del Monte Secco che stanno precisamente dietro il campanile. Costruito con la stessa roccia.
Bani di Ardesio, ottanta abitanti, una strada, pezzi di antiche mulattiere, un bar, nessun negozio. Un passato di agricoltura povera della montagna, agricoltura di sussistenza con poche vacche, animali da cortile, orto, foraggio. Un passato di emigrazione. Dice Carmen Bertocchi, capelli mossi, abbronzata dal sole della montagna: «Non abito qui, ma a Brusaporto. Vengo a Bani tutte le settimane, abbiamo tenuto la casa dei nonni anche se i miei genitori erano emigranti, mio padre era boscaiolo in Francia. Ma non abbiamo mai tagliato il cordone ombelicale. Ho sistemato una parte di una casa antica, il vecchio silter sotto e poi il primo piano, è il rifugio mio e di mio marito, un edificio tra quelli vecchi del paese, probabilmente del Quattrocento. Ci affacciamo e vediamo il Monte Secco e il campanile».
Carmen Bertocchi, il ritorno part time, ma molto convinto, insieme al marito Massimo. Walter Nanni invece non se ne è mai andato da Bani, come la sorella Sabrina. Walter in questa mattina di sole è seduto al tavolo sotto il pergolato, davanti a casa, vicino alla mulattiera. Quando gli si chiede perché è rimasto a Bani, ribalta la domanda, dice: «Ma perché avrei dovuto andarmene?».
Perché avrei dovuto andarmene. Perché avrei dovuto lasciare questa luce, questa aria, questi profumi. Queste immagini. Queste altre settantanove persone che ci si conosce tutti e si parla con tutti. Dice Walter: «Il problema è il lavoro, ma se trovi un’occupazione che non sia troppo lontana, allora non ha senso andarsene perché qui si vive davvero bene. È vero, non abbiamo un negozio, però il pane e il latte ce lo portano da Valcanale o da Ardesio alla mattina presto, puntualmente. E se ti serve un libro vai in Internet e lo ordini».Cattura
Può suonare stonato, eppure la vita nei piccoli paesi è facilitata da Internet: la rete e il computer consentono collegamenti provvidenziali. Amici lontani e la possibilità di richiedere qualsiasi cosa di cui ci sia necessità. C’è un’altra dimensione in questo ritmo di vita, la sottolinea la signora del bar che pure vuole restare anonima: la libertà. E dice: «Puoi andare nel bosco, puoi andare a far legna, puoi andare a funghi, a fare una passeggiata. Nessuno ti dice niente. Solo a guardarti intorno ti senti libero».
I sentieri. Massimo Nanni è il marito di Carmen, lui pure torna convinto a Bani almeno una volta alla settimana. Dice che i sentieri sono una ricchezza di questi luoghi, ma che alcuni si stanno perdendo, che è un patrimonio da salvaguardare. Sono uno spazio di libertà. Libertà di percorrere i pendii, i pascoli, la montagna.
Passa la signora Paola, due bambini, fra i tanti che tornano per l’estate, durante le ferie, quando finalmente anche il parchetto si popola di bambini. I bambini sono la vera mancanza di Bani. Lo sottolinea Sabrina Nanni (il cognome rappresenta la metà del paese) che da Bani non se ne è mai andata. Negli Anni Cinquanta, informa Evaristo Filisetti, 68 anni, muratore in pensione, tanti anni a Milano, gli abitanti erano più di trecento e i bambini abbondavano.
Poi la grande fuga. Ma Sabrina Nanni è mamma di una bambina di sei anni e di andarsene non ne ha per niente voglia, dice che questa è la vera vita, dice che qui esiste una possibilità di futuro positivo. Unico rimpianto è che troppi suoi coetanei abbiano fatto la scelta contraria e che il paesino si sia spopolato. Così ci sono pochi bambini che possono giocare con sua figlia.
Il paesino ha comunque mantenuto un forte senso di comunità, legato alle persone e alla storia. Qui tutti ricordano don Brignoli, il celebre «prèt di Bà», che fu parroco prima della guerra e che tutti consideravano un santo.
Riprende Sabrina: «Sono nata qui, avevo la casa, il posto è bellissimo e avevo trovato il lavoro a Villa d’Ogna, qua vicino. Perché dovevo andare via? Mio marito è di Alzano Lombardo, anche lui lavora a Villa d’Ogna; quando abbiamo deciso di sposarci abbiamo scelto Bani e non Alzano. Perché dovevamo portare nostra figlia in un condominio? Perché farle respirare lo smog del traffico? Perché avere paura di mandare da sola la bambina a prendere il pane? Qui davvero esiste una dimensione di libertà che i paesi più grandi non possono offrire».
Di nuovo la libertà. Emanuele Gasparini è il marito di Sabrina, dice che la moglie ha ragione, naturalmente. E ne è convinto. Dice: «Vengo da Alzano che è un bel paese, ha un bel centro storico, purtroppo svuotato. I grandi centri commerciali hanno ammazzato i negozi e quindi anche parte della vita sociale del paese. Eravamo fidanzati e lavoravamo insieme a Villa d’Ogna. Ci fu una grande nevicata. Scoprii che era più semplice raggiungere Bani piuttosto che Alzano. E ho deciso».