Ardesio ha deciso: si esce dall’Unione

Ieri, giovedì 29 settembre 2016, si è tenuto il consiglio comunale di Ardesio che aveva all’ordine del giorno anche l’uscita dall’Unione “Asta del Serio”. La votazione si è conclusa con l’approvazione del punto, stante il voto della sola maggioranza e contrario della minoranza, formalizzando quindi la Ardexit. Il discorso letto e messo agli atti da Alberto Bigoni, ex-sindaco ed ex-presidente dell’Unione:

Ardesio, giovedì 29 settembre 2016

C’è della coerenza in quello che state facendo. Il programma elettorale depositato agli atti è chiaro fin dal suo incipit: “No all’Unione dei Comuni Asta del Serio voluta dall’amministrazione uscente“. Avete vinto le elezioni, conseguentemente attuate quanto prefissato, forti del consenso ottenuto, seppur in stretta misura. Il mio intervento potrebbe chiudersi qui e voi potreste procedere senza difficoltà, avendo i numeri, ma nella serata in cui viene recitato il requiem dell’Ente per come l’abbiamo conosciuto – perché di fatto di questo si sta parlando -, voglio verbalizzare alcuni aspetti: non vorrei restassero tra le cose non dette. Mi chiedo cosa è stata l’Unione di Comuni se non il tentativo in assoluto più federalista messo in atto dagli amministratori nella storia recente di questo Comune. Federalismo tanto sbandierato da forze politiche locali e non, ma mai conseguito veramente nei fatti, nel periodo storico in cui si evidenzia – anzi – una centralizzazione politico/esecutiva tra Milano e Roma con pochi precedenti. Dare centralità e capacità esecutiva agli amministratori, ridimensionando così il ruolo dei dipendenti pubblici che, fatte salve le dovute, apprezzabili e brillanti eccezioni, hanno molto spesso avversato le attività legate all’Unione perché quest’ultima viene vissuta esclusivamente come elemento di cambiamento, quindi associata ad automatico aggravio lavorativo. Il contesto pubblico viene percepito nell’immaginario collettivo, non senza alcune fondate ragioni, come cementificato e, soprattutto, privilegiato. Fuori dai palazzi municipali la crisi ha colpito con il suo pugno duro, sicuramente meno (per usare un garbato eufemismo) dentro le comode stanze comunali; la concertazione, gli incontri, le riunioni e le concessioni vennero svolte nella convinzione che si dovesse coinvolgere il personale nel modo più ampio possibile, chiedendo contestualmente di impegnarsi a fondo, nella piena consapevolezza di un periodo (2010 – 2016, quello delle oltre sessanta modifiche normative alle leggi di bilancio, per intenderci) che verrà ricordato come uno dei più complicati per la vita comunale. Va segnalato, ad onor del vero e ad imperitura memoria, come tantissimo del lavoro necessario alla messa a punto dell’Unione sia stato materialmente eseguito da noi amministratori, oltre che dagli aiuti esterni all’uopo predisposti. Tutto questo ha fine questa sera e ne risponderete, politicamente, in futuro. Abbiamo visto nell’Unione uno strumento di risposta utile, celere, efficace ed efficiente alle necessità della popolazione, supportati dai pareri autorevoli di chi fa (giustamente) le pulci ai bilanci comunali, la Corte dei Conti. Avremo visto male? Non ci è dato saperlo perché non si permette che la macchina venga tolta dall’officina per la messa in strada. Questo il nocciolo della questione: scegliete di non voler fare e lo si evince chiaramente leggendo l’atto di indirizzo della Giunta dove avete messo nero su bianco delle motivazioni che lasciano veramente il tempo che trovano dato che posano su fondamenta debolissime: non è partito questo, non funziona quello, i servizi possono peggiorare. Omettete di dire, però, la cosa più importante: per farla partire davvero, questa Unione, si doveva lavorare dal primo giorno di insediamento della nuova Giunta, invece avete scelto di spendere il vostro tempo nel cercare cosa ancora non andava. Ripeto, avete scelto voi, liberamente ed in piena coscienza, questo resterà negli annali. Avreste avuto l’occasione di governare nel dettaglio, unitamente agli amministratori di Piario e Villa d’Ogna, la partenza reale dell’Ente, con la possibilità concreta di dimostrare il vostro valore nei fatti, non solo a parole, assumendovi la responsabilità di gestione di un processo lungo e complesso, ma sicuramente virtuoso. Rifiutare, come state facendo voi, di chiudere la fase di partenza da noi avviata è una clamorosa ammissione di incapacità politica nel provare a governare un Ente sovracomunale nella fase più delicata, quella in cui le difficoltà devono essere misurate, affrontate e risolte. Manca il coraggio e si preferisce non sporcarsi le mani, perché è bene ricordare che l’Unione esige ed impone soprattutto agli amministratori di lavorare, prima che ai dipendenti. Operare per la collettività nelle cose concrete, quanto di più alto a cui possa ambire l’amministratore: questa è la differenza tra la “politica del bar” e quella delle sedi istituzionali. Fino al maggio 2016 sono state spese centinaia di ore di lavoro dei dipendenti e (soprattutto, come dicevo) degli amministratori, oltre a risorse economiche: può la decisione che state ponendo in essere stasera essere interpretata come danno erariale? E’ verosimile e, per il ruolo che rivestiamo, intendiamo verificarlo. L’Unione è figlia della volontà di fare realmente squadra con il territorio contiguo e continuo: una frase in cui crediamo molto ma che suona retorica, abusata quotidianamente nel ciarlare degli esponenti politici (anche) locali. L’Unione, a differenza delle convenzioni dove il capofila sostanzialmente decide e gli altri usufruiscono, pagando, pone in modo democratico i Comuni allo stesso livello, permettendo loro di entrare nel merito dei regolamenti, delle decisioni e delle modalità attuative. Il territorio sovrano, prima di tutto: per alcuni uno slogan di comodo, per noi la via maestra. Con la decisione di questa sera state gettando nel Serio i contributi regionali, nazionali ed europei spettanti alle Unioni. Il vostro tempismo, a tal proposito, è disarmante: martedì 27 settembre 2016, solo due giorni fa, è stata votata alla Camera dei Deputati all’unanimità la proposta di legge dal titolo “Misure per il sostegno e la valorizzazione dei comuni con popolazione pari o inferiore a 5.000 abitanti e dei territori montani e rurali nonché deleghe al Governo per la riforma del sistema di governo delle medesime aree e per l’introduzione di sistemi di remunerazione dei servizi ambientali”, il cui iter in commissione è iniziato nel 2013. Con questa legge vengono stanziati 100 milioni di Euro tra il 2017 e il 2023, favorisce i progetti presentati dalle unioni di comuni e dai comuni istituiti a seguito di fusione. Alla luce di tutto questo, sappiate che alla prima occasione in cui ci verrà risposto “non ci sono i soldi” a fronte di una qualsiasi richiesta, vi verrà ricordato il mantra “con l’Unione l’avreste potuto fare“. Non è una minaccia, è una certezza. Vi state precludendo, infine, le economie di scala che automaticamente la gestione associata genera, oltre che la possibilità di partecipare ai bandi specifici per le Unioni. In sintesi, facciamo molta fatica a trovare la ratio di questa vostra scelta, ma non possiamo far altro che prenderne atto. Termino segnalando come nei cinque anni di mandato 2011-2016, a più riprese ho risposto alla domanda “cosa vuoi lasciare in eredità agli amministratori che ti succederanno?” pronunciando la stessa risposta: “un problema in meno di quello che ho trovato al mio insediamento“. L’Unione è l’emblema di quel lavoro, oggi lo state smantellando, la politica amministrativa purtroppo è anche questo. Mi consola però un fatto: come l’araba fenice dello stemma ardesiano che rinasce dalle sue ceneri, quando “Ardesio Unita” tornerà alla guida del paese si attiverà per la forma di gestione comunale, sempre che prima di allora non si decida qualcuno tra quelli che sovrintendono le attività comunali per imporre (finalmente, aggiungo) obblighi di legge in tal senso. Se questo avvenisse prima del termine del vostro mandato, sarebbe veramente il colmo aver gettato alle ortiche tutto il lavoro fin qui svolto, ma non ci sarebbe nulla per cui gioire, resterebbe solo l’amarezza di non essere riusciti a fermare democraticamente la vostra anacronistica restaurazione tolemaica. Il tempo è galantuomo, serve pazienza: noi ne abbiamo.

 

Alberto Bigoni


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