Droga, è allarme: l’eroina «cattura» i giovanissimi

Da L’Eco di Bergamo del 15 novembre 2016, a pagina 30, un articolo di Claudia Mangili sui numeri delle nuove dipendenze in provincia di Bergamo:

Droga, è allarme: l’eroina «cattura» i giovanissimi

L’analisi, lo conferma l’Osservatorio sulle dipendenze. Ai Servizi territoriali si rivolgono sempre più «under 24»

Che sul «mercato» costi poco o tanto, in fondo non conta. O conta relativamente. Il fatto è che la prima dose di eroina è alla portata di tutti. Il «paradiso artificiale», però, poi costa carissimo. Può costare, troppo spesso, la vita intera. I mercanti di morte si stanno adeguando, l’ordine dall’alto sta con calma raggiungendo i piccoli «cavallini» di periferia: la crisi chiede di abbassare il prezzo e loro l’hanno abbassato fino a 5, 10 euro. Entrare in un «buco» da cui non si esce mai se non a costo di immensa fatica, immensa, è facilissimo: pochi microgrammi di eroina, un istante di «paradiso» e la vita che diventa un inferno (senza virgolette). L’avevamo dimenticata, l’immagine tragica dei ragazzi che si iniettano la dose? Archiviata nei libri neri degli Anni ’80? Sta tornando, invece: i segnali sono inquietanti e fanno paura. I dati dell’Osservatorio per le dipendenze dell’Ats di Bergamo lo raccontano e da Treviglio anche il commissario Angelo Lino Murtas lo conferma: ci sono sempre più siringhe in giro, abbandonate nei luoghi «classici» dell’emarginazione. Nel 2015 i servizi territoriali (Sert e Smi) della provincia di Bergamo hanno trattato 1.790 persone dipendenti da oppiacei (tra cui 61 «new entry»): il 63,2% si iniettano l’eroina per via endovenosa, si «bucano». Ormai pochi la sniffano o la fumano. Che differenza c’è? Con i problemi legati alla dipendenza, crescono quelli strettamente legati alla salute fisica, a causa del rischio di infezioni (Hiv, epatiti). Per l’uso di oppiacei – ma il discorso vale anche per tutte le altre dipendenze (altre sostanze, alcol, poi anche gioco d’azzardo patologico) – va considerato che il numero delle persone che si rivolge ai servizi è la punta di un iceberg. Si stima che, almeno, siano il doppio quelle che hanno problemi di dipendenza da sostanze o comportamenti. E che se quello del «buco» è il nuovo trend degli ultimi due o tre anni, quello dell’abuso di alcol è una triste conferma, anche questa legata – con tutta probabilità – al basso costo della bottiglia. E quella da alcol è ancora la prima dipendenza per numero di persone coinvolte. Complessivamente, il problema della dipendenza da sostanze o da comportamenti, riguarda una popolazione che è l’equivalente di quella di un Comune di media grandezza: 6.968 persone. Nel 2015 quasi settemila persone hanno bussato (o altri hanno bussato per loro) alle porte dei Servizi ambulatoriali per le dipendenza pubblici e privati (Ser.T e Smi). Un «paese», con 4.994 vecchi «abitanti» e 1.974 nuovi «residenti», che per la prima volta l’anno scorso hanno deciso di provare a smettere e a riprendersi la vita. image-1In questo «paese» di dipendenti, in trattamento per cercare di uscire dal tunnel della droga ci sono 4.452 persone (l’87,7% uomini, il 12,3% donne). Il 30% circa, per dipendenza da alcol, il 24% da oppiacei, il 17% dalla cocaina, il 15% dalla cannabis e simili, il resto da farmaci, gioco d’azzardo patologico. Il 26,9% sono dipendenti da più cose combinate tra loro: un quarto da un mix di alcol e cocaina, il 17% da oppiacei e cocaina, stessa percentuale più o meno da alcol e cannabis. Negli ultimi cinque anni sono aumentati gli utenti che si sono rivolti per la prima volta ai Servizi – SerT e Smi – per abuso di sostanze stupefacenti: sono stati 406 nel 2009 e sono saliti a 788 nel 2014. Si tratta, per la stragrande maggioranza, di cittadini italiani, con una media attorno al 90% rispetto agli stranieri comunitari o extracomunitari. Un altro dato conferma, invece, quanto il problema delle dipendenze tenda a diventare cronico, quindi come sia difficile uscirne: l’aumento dell’età di chi abusa di sostanze. Nel 1999 solo il 4,1% di chi si rivolgeva ai Sert aveva più di 40 anni: nel 2014 questa fascia d’età rappresentava il 22%. E le cose non sono cambiate nel 2015: secondo i dati dell’Osservatorio dell’Ats, la quota più consistente di consumatori di oppiacei si colloca tra i 40 e i 49 anni, mentre il 26% ha più di 50 anni. Si evidenzia, però, che il 2,5% è composto da utenti giovanissimi (con meno di 24 anni): 13 ragazzi con meno di 24 anni e 14 tra i 25 e i 29. «Numeri contenuti, ma di grande peso se si pensa alla pericolosità della sostanza, un segnale preoccupante che stiamo monitorando con attenzione – spiega Elvira Beato, responsabile dell’Osservatorio sulle dipendenze dell’Ats di Bergamo – dentro i Servizi e fuori, per poter non solo orientare sempre meglio gli interventi di cura ma anche quelli di prevenzione. Il rischio tra i ragazzi è il pensare che la pericolosità sia legata solo al “buco”. Un altro elemento che caratterizza il fenomeno negli ultimi anni – aggiunge – che viene confermato anche dalle ultime analisi dell’utenza dei Servizi, è quello delle dipendenze da più sostanze e da comportamenti: il “policonsumo”, anch’esso preoccupante per la sua pericolosità».