“Si comincia a sentire bunb, bunbun. Ci chiediamo se tuona”

Da l’Eco di Bergamo di domenica 11 dicembre 2016, pagina 37, un articolo di Enzo Valenti:

«La mia trincea tra argenti e caffè». Nel diario ritrovato, ironia e dolore.

 Valcanale di Ardesio. Lo scritto di Giovan Pietro Zucchelli scoperto dai parenti in un cassettone. Racconta la Grande guerra: «Si comincia a sentire bunb, bunbun. Ci chiediamo se tuona».
«Il mese di maggio del 1915, cioè il 24 maggio scoppiò la grande guerra europea e anche l’Italia va contro l’Austria. E l’Italia chiama e richiama tutti i suoi figli all’appello e fra i quali o dovuto rispondere anch’io al suo grande appello che Lei a fatto. Fui incorporato a Bergamo il 24 maggio e il 27 o lasciato la mia borghesia e ho indossatto la divisa militare…». Così inizia il diario di Giovan Pietro Zucchelli, nato il 6 novembre 1989 a Valcanale di Ardesio. Un diario scritto per lo più al fronte, in trincea, e in parte all’ospedale di Alessandria, dove Giovan Pietro era stato ricoverato dopo essere stato ferito sull’Isonzo. Un diario di cui i familiari non sapevano nulla e che hanno recentemente trovato sistemando un cassettone. Scritto con bella calligrafia, contiene parecchi errori ortografici: Giovan Pietro infatti dovrebbe, sì e no, aver frequentato la terza elementare. Ma questo non toglie nulla alla freschezza dello scritto, spesso redatto in modo ironico, così anche alle descrizioni del periodo – fatto di stenti, di fame, di pericoli e di malattie – trascorso nelle trincee della prima linea. Nel diario si parla, all’inizio, del tempo trascorso a Bergamo, delle esercitazioni, delle marce, del desiderio di tornare a casa, almeno la domenica. Tutto questo fino a luglio.

«Tornerete tutti coperti di gloria»

«Il 10 luglio – è scritto – tutto in un momento riva un ordine di preparare tutti i militari richiamati alle armi il 24 maggio che si deve andare a rinforsare il 37 che si trova a sinistra di Gorizia, sull’Isonzo. Il colonnello subito fa fare adunata al reggimento e incomincia a incoraggiare e fa un piccolo discorsetto dicendo di non aver paura… che gli italiani sono ormai a Vienna… Il 14 seguente, alle 10 si fa adunata di tutto il reggimento alla caserma di Umberto I e lì viene il signor generale a cavallo e fa un discorso che dice: ragazzi, arrivederci a presto, tornerete tutti coperti di gloria…». Dalla stazione di Bergamo lo stesso giorno partono in treno 40 uomini che inneggiano all’Italia e tra questi lo Zucchelli, e 8 cavalli. Raggiungono San Giovanni di Manzano dove, si legge nel diario, «si comincia a sentire bunb, bunbun. Ci chiediamo se truna (tuona), ma uno spiega che sono colpi di cannone. Si comincia a vedere passare automobili piene di feriti, insomma una babilonia…». Dopo una dura marcia sotto una pioggia battente («eravamo cussi bagnati»), eccoci in prima linea. E lì viene il tenente e dice di prendere subito «il piccho e il badile e scavare una buca per dormire. Sotto, per letto, abbiamo messo un po’ di legna e questa serve per estramasso (materasso)…». Giovan Pietro quindi parla della dura vita in trincea, dei pericoli dei bombardamenti, dei cecchini austriaci che sparavano a chi si muoveva, del fango e della sporcizia nei quali era costretto spesso a stare: «Il generale a Bergamo, mi ha detto che sarei tornato coperto di onore e invece tornerò pieno di odore…». Nel diario si accenna anche al colera, scoppiato tra i soldati il giorno dell’Assunta. Molti morirono e furono seppelliti in fosse comuni, altri, come i due amici compaesani di Giovan Pietro, «Fornoni Battista di Piassolo e Emilio Filisetti di Bani, colpiti dal colera per fortuna guarirono, raccomandandosi anche alla Madonna delle Grazie di Ardesio…». Come affermato dai familiari il congiunto fu poi ferito sull’Isonzo e ricoverato all’ospedale di Alessandria.

Le lettere agli amici

E da lì scrisse sul diario alcune lettere agli amici. In una di queste, parlando della vita in trincea, ironicamente scrive: «Nella trincea ci sono già i tappezzieri che arredano. Ognuno di noi si dispone a passarvi lunghi mesi piacevoli. Si distendono i tappeti, si fornisce la cantina, si mette a posto l’argenteria, si monta il salottino, si riordina la biblioteca e si vive una vita placida, con il seguente orario: alle 7 barba, alle 9 caffè e latte, alle 10 duello d’artiglieria, alle 11 scambio di cortesie tra nemici, a mezzogiorno colazione, alle 14 fucilate con gli avamposti, alle 15 sport diversi con seppellimento di cadaveri, alle 17 the, alle 18 lettura quotidiani, alle 20 pranzo , alle 21 sorprese notturne e alle 22 tutti a letto…». In un’appassionata e struggente lettera a una ragazza (forse la futura moglie Natalina?), di cui era innamorato, scrive poi: «Mio tesor, da lungo tempo il mio animo sentiva di amarti e mai te l’ho dichiarato perché temevo di avere un rifiuto come forse sarà anche adesso, perché so che tu sei una ragazza bella e da tutti stimata e di me non avrai bisogno… Ora, non potendo più tener frenato il povero mio cuore, ti confesso che ti amo sinceramente di un amore che può ben dirsi di Paradiso perché io non desidero altro che il tuo affetto, desidero solo da te essere amato. Se fossi accontentato, trascorrerei certamente anche i miei giorni di soldato con più letisia. Amor mio, fine, addio cara». Giovan Pietro Zucchelli a fine guerra tornò a casa. Si sposò con Natalina Boccardi: dal loro matrimonio nacquero ben 11 figli dei quali Pio Bortolo (81 anni), Bartolomea (79 anni) e Agnese (75 anni) ancora viventi. «Nostro padre – affermano – ha svolto per tutta la vita l’attività di contadino. Aveva una decina di mucche, con le quali, lavorando sodo , è riuscito a far fronte a tutte le spese per allevare ed educare la nostra numerosa famiglia. Per qualche tempo ha percepito anche una pensioncina per la ferita riportata in guerra ed è morto il 9 agosto del 1961».