Le Valli risorsa da salvare per tutti

Si parla (fortunatamente) ancora delle sorti del punto nascita dell’Ospedale Locatelli di Piario. Questo l’editoriale di Paolo Doni, pubblicato su l’Eco di Bergamo del 21 dicembre 2016:

Le valli risorsa da salvare per tutti

A Piario sabato mattina è sfilato qualcosa di più che un semplice presidio di protesta. Nelle immagini di quei bambini che indossavano con orgoglio i cartelli con la scritta «io sono nato qui», è racchiusa tutta la passione con la quale la gente di montagna combatte per il proprio territorio. La mobilitazione per il punto nascita è solo l’ultima di una serie di battaglie. Non per ottenere grandi cose, ma servizi essenziali che in qualsiasi altro territorio vengono dati per scontati. Ma chi abita sopra una certa quota ha imparato a sue spese che i diritti fondamentali sono qualcosa da non dare mai per scontato. Il trasporto pubblico a singhiozzo, le strade interrotte, le scuole che chiudono, le caserme che cadono a pezzi… Quante volte abbiamo ospitato e sostenuto, sulle pagine del nostro giornale, le ragioni delle valli? In questi giorni sui social network è stata postata questa frase dell’onorevole Tarcisio Pacati: «Nulla di più desolante che assistere allo spettacolo orrendo delle comunità che si spengono: con loro sembrano incenerirsi la storia, le tradizioni, gli affetti e la stessa spiritualità…Se lo spopolamento della montagna bergamasca non ha raggiunto le punte pericolose di altre regioni, lo si deve unicamente alla tenacia, alla resistenza, al sacrificio e all’attaccamento della nostra gente». Sembra scritta oggi, in realtà è del 1955, più di 60 anni fa. Da allora la montagna, nonostante ci sia un articolo della Costituzione che la tutela (44), ha perso servizi e abitanti. E parecchi. Ma non la voglia di far valere la propria unicità. Forse può apparire scontato giocare in difesa di un territorio che è patrimonio di tutti: il profilo delle Orobie per i bergamaschi è come il profilo di Città Alta. Nella pianura del Piave, in provincia di Treviso, la Fondazione Benetton ha portato a termine un progetto di mappatura dei «luoghi dell’anima» attraverso un censimento popolare. Ne sono venuti fuori luoghi di ogni genere, non necessariamente famosi: un prato, un bosco nascosto, un masso, un’antica osteria… Nella Bergamasca i luoghi dell’anima non hanno bisogno di una fondazione per venire a galla, fanno già parte del patrimonio emotivo di tutti. Senza presìdi, i luoghi svaniscono dalla memoria, si «inceneriscono», come scriveva Tarcisio Pacati. Ma non è solo questione di paesaggio residuale o di tutela del tempo libero, di orizzonti da preservare o di generico orgoglio vallare. La montagna è una risorsa e non solo perché è un bacino di tradizioni, di spiritualità, di stili di vita alternativi. In montagna ci sono le risorse per tutto il territorio, in primis l’acqua. E, con l’acqua, l’energia. L’acqua che esce dai rubinetti della Bergamasca arriva dalle fonti montane, l’energia elettrica che alimenta le nostre case e le nostre aziende viene, in buona parte, dalle centrali idroelettriche delle valli. Ebbene, quante di queste ricchezze naturali rimangono sul territorio? Briciole. Ovvero: perché il principio della ridistribuzione vale per le risorse naturali, ma non per servizi essenziali come un punto nascita, o una scuola, o una strada decente? Possibile che il criterio demografico sia sempre e solo l’unico metro di decisione, senza tenere conto delle differenze tra territori? Le valli non chiedono una politica assistenzialista, vogliono che venga preferito il loro carattere di «risorsa per tutti», prima di quello di «problema da risolvere». C’è infine un concetto più sottile, più antropologico, esposto a qualche rischio di mitizzazione, ma ugualmente significativo. Ed è quel principio di diversità, riecheggiato anche nelle parole di Pacati, che emerge nei modi e nei gesti delle comunità di montagna. È questo il materiale più nascosto e oscuro, con tutto il suo carico di urgenze, troppo spesso dimenticato dai media e dalla politica. Ma è anche uno straordinario serbatoio di storie generative. I tedeschi la chiamano «heimat», che è molto più di patria. È qualcosa che mette in campo spirito, radici, identità di popolo. Qualcosa che viene ancor prima del diritto ed è molto, molto prossimo a una vita che viene alla luce.