Stati generali della Montagna: una voce fuori dal coro

Foto di Fabian Irsara da UnSplash.com (https://unsplash.com/search/wood?photo=OOgSrGCp4YI)

La Provincia di Bergamo ha indetto gli “Stati generali della Montagna”, come si legge dal comunicato pubblicato sul sito istituzionale:

Al via dal 20 maggio gli Stati generali della Montagna organizzati dalla Provincia di Bergamo in collaborazione con le 5 Comunità montane e il CAI. Un fitto programma di iniziative che comprendono workshop, laboratori di approfondimento, tavole rotonde ed eventi per riflettere sui temi oggi prioritari per i territori montane che vedranno le valli bergamasche in primo piano. Obiettivo del percorso è individuare progetti e iniziative di rete su cui far convergere risorse e azioni di sistema e creare un’agenda comune del territorio in modo che vivere e lavorare in montagna diventino argomenti al centro delle discussioni e delle scelte degli amministratori.

Una voce fuori dal coro, quella di Cristiano Gatti sulle colonne del Corriere della Sera, edizione Bergamo (fonte qui e qui) del 30 aprile 2017, che pone in modo ironico degli spunti di riflessione:

Santo cielo, gli Stati generali della Montagna. Di nuovo. Il 20 maggio a San Pellegrino, il 10 giugno a Zogno. A me piace moltissimo il titolo di questo secondo incontro: «Governance e policies mirate per i territori montani». Più che un punto di partenza, mi sembra un bel punto d’arrivo. Un capolinea. Sul binario morto dell’inglesismo vuoto e del conformismo paesano. Genere Alberto Sordi del «uozzameriga». Tutto il contrario di quello che servirebbe davvero alla nostra montagna: realismo, concretezza, chiarezza. Ho il forte timore che anche questa volta una pletora di cervelloni si ritroverà, con grande sfoggio di erudizione narcisista, per dirsi quello che tutti sanno già: la montagna va salvata, valorizzata, rilanciata. Il che, detto tra noi, è come porsi l’obiettivo di rinfrescare i ghiacci del Polo nel frigorifero o chiudere il buco dell’ozono con lo scotch. Chi si illude di riportare indietro l’orologio del tempo, per rivedere le nostre montagne affollate di umani ancorati alle proprie radici, può cambiare mestiere. Tanto meno possiamo pensare di ridare vita alla montagna deportando a forza moltitudini di italiani, come fece a un certo punto il Duce in Alto Adige. Purtroppo, i buoi sono già fuggiti da un po’. Sono tutti dispersi in pianura e nelle città, soprattutto i più giovani. Frequentandola e conoscendola da tanti anni, parlando con i tenaci indigeni rimasti a fare da sentinella nei nostri borghi più remoti, io mi sono fatto un’idea precisa: a quegli eroi —tali sono — serve prima di tutto una cosa fondamentale, un regime fiscale che li aiuti e li sollevi. Lo capisce chiunque: un alberghetto di Gerosa o di Bossico non è un albergo di Cortina. Bisogna dare respiro e prospettiva ai nostri operatori, perché restare sul posto, con gli esercizi aperti, non sia più un atto d’amore masochista, ma una decorosa scelta di vita. Poi il resto ci sta tutto. Però sempre con i piedi per terra. Mai dimenticare che il nostro turismo paga le scelte del passato: industriali, edilizie, viabilistiche, sostanzialmente ed essenzialmente palancaie. Illudersi che l’Orobia diventi una Svizzera è solo raccontarsela a vanvera. E comunque, per dirla tutta: già convocare gli Stati generali della Montagna a San Pellegrino e Zogno, invece che a Roncobello e Vilminore, spiega parecchie cose. Spot boomerang. Come minimo, dimostra che nemmeno i convegnisti hanno voglia di andarsi a ficcare in tanta malora, lassù in mezzo alle scomodità. La prossima volta a Rimini.